Medicina e Salute

Forest Bathing nel Parco dell’Antola, il gusto di essere connessi

Forest Bathing nel Parco dell’Antola. Immaginati di camminare scalzo in un bosco o, semplicemente in silenzio, ascoltando il rumore del vento e il profumo della resina su un sentiero che passa in mezzo ad abeti e larici rigogliosi.

Immaginati di toccarne la corteccia ruvida, magari tenendo gli occhi chiusi per poter concentrare meglio l’attenzione sul senso del tatto. Inspira profondamente, aprendo bene il petto.

Forest Bathing nel Parco dell’Antola, il gusto di essere connessi

Al tempo della Covid-19, vi propongo una “fuga” alternativa da questo tempo mutilato, come lo ha definito Adam Zagajewski, poeta polacco scomparso il primo giorno di primavera, nella giornata dedicata alla poesia. Lo spirito è quello di poter ritrovare pace, armonia e benessere fisico e mentale, ma anche, pur nel rispetto delle misure anti contagio, di riscoprire il piacere di stare insieme e condividere con altre persone momenti unici.

Lungo i dolci pendii del Parco Naturale dell’Antola, un’area naturale protetta che si trova in Liguria e precisamente tra l’entroterra genovese e l’Appennino ligure vero e proprio, fatevi accompagnare da un’esperienza interamente dedicata a sperimentare un profondo stato di connessione con se stessi, con la natura e con gli altri. Ci si può far accompagnare dall’esperienza di Gianluigi & Lara (prenotazione obbligatoria): telefono +39 347 330 2664 (anche via whatsapp), e-mail Facebook Forest Bathing Liguria. 

E…per chi volesse proseguire il soggiorno

Poi, nel B&B Il Castello di Caprile, alle porte del Parco si potrà gustare un ottimo apericena in relax.  Per chi volesse proseguire il soggiorno nella suggestiva frazione di Caprile, in provincia di Genova, c’è la possibilità di prenotare anche il pernottamento presso la struttura. E per i bimbi dai 3 anni in su è organizzato un laboratorio di riciclo creativo in modo da poter partecipare con tutta la famiglia.

I benefici, fin dall’antichità, della natura

Molti studi ormai confermano i benefici che traggono il nostro corpo e la nostra mente nello stare a contatto con gli elementi naturali. 

Queste conoscenze sono ben note ai giapponesi, non a caso uno dei popoli più longevi del mondo. Fin dall’antichità, infatti, conservano nel vocabolario e nei gesti, la pratica dello shinrin-yoku, tradotto in occidente come forest bathing. Tale disciplina insegna a trarre giovamento da attività all’apparenza semplici, come una passeggiata nel bosco, respirando le essenze degli alberi e delle piante, che possono avere effetti rinvigorenti o rilassanti, in base alla loro natura.

Insomma, quest’estate, per trovare ristoro dopo lo stress e la tensione accumulati negli ultimi mesi, in un’Italia scandita dai “colori” di un’emergenza sanitaria, un bagno di bosco nel Parco naturale dell’Antola sarà molto più che fare una semplice passeggiata…

Forest Bathing nel Parco dell'Antola, il gusto di essere connessi

Ogni filo d’erba sembra contenere una biblioteca dedicata alla meraviglia, al silenzio e alla bontà. C’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato…

Leggi Ora

Anziani ultra vulnerabili senza tutela: Italia “indietro tutta”

Anziani ultra vulnerabili senza tutela. Identikit di un Italia sempre più divisa, in questa terza ondata Coronavirus, iniziata a gennaio, acutizzata a febbraio e fino a marzo inoltrato, mesi in cui la pandemia è riesplosa con grande violenza spinta dalle varianti. Dal 2020 non si fa che con-vivere con la pesantezza sostenibile della Covid-19, assuefatti, abituati alla tragedia della pandemia, in termini di “conta” di casi attivi, ospedalizzati e morti e, non ultimo, in balia della costante percezione di una “guerra” sanitaria contro un “mostro” invisibile, ma così tangibile  dentro e fuori le nostre case. Un bombardamento continuo “di massa” di notizie e informazioni di cui ancora poco si sa a far da cornice….

Anziani ultra” vulnerabili senza tutela: Italia indietro tutta”

In questo contesto, rallenta, non di poco, la fotografia di un sentimento di armonia nazionale sulla tanto discussa campagna vaccinale. Si parla, non a caso, di “disunità vaccinale” delle regioni che racconta di un’Italia “indietro tutta” rispetto agli altri Paesi, a parità di dosi. Una maratona al vaccino, tra favori, raccomandazioni e giochi di lobby che riescono a trasformare i diritti di tutti nel privilegio di chi rientra in una categoria che è riuscita ad imporsi su un’altra.

Le regioni e il (non) rispetto delle linee guida 

Eh sì, perché a conti fatti, le scelte delle regioni erano state effettuate nel rispetto delle linee guida del ministro della Salute Roberto Speranza sulla base di una disponibilità di dosi che sono, poi, state disattese. Quindi? Chi aveva un’istituzione a protezione o una categoria di “appartenenza” ha ottenuto il vaccino e le categorie più fragili, e gli anziani ultra vulnerabili, non tutelate da nessuno, invece, sono rimaste senza. Una verità che fa male, ma così reale.

Vaccinati sì e no

Una cosa è certa: in Italia oggi si muore di Covid-19 più di un mese fa, lo dicono i numeri, mentre le cifre della campagna vaccinale altrove è gestita in modo molto più efficace, in termini di contabilità dei decessi, puntando su una vera organizzazione. Germania, Francia e Spagna hanno saputo tutelare meglio i loro anziani grazie ai vaccini, e senza “criteri diseguali”: li hanno protetti ovunque allo stesso modo, dalle grandi città alle zone rurali, con il focus puntano sull’età e sulle rispettive priorità.

E in Italia? Beh, ogni regione ha agito “per conto proprio”, tra errori,  incidenti, guasti informatici e corsie preferenziali per raccomandati e “potenti”. Siamo alle solite, a farne le spese i più deboli, quelli “fragili”, e lo dicono le statistiche. La campagna vaccinale è partita a febbraio e Francia, Germania e Spagna, pur nelle rispettive proporzioni, hanno al loro attivo un netto calo della mortalità da Covid-19. Nel Belpaese, insomma, occhi sempre più puntati sulla curva epidemiologica che, a marzo, addirittura è tornata a salire. Ad aprile, poi, non è che il trend sia in discesa, anzi…

La media settimanale dei morti

La media settimanale dei morti è tornata a superare i 300-400 morti al giorno. Una gestione italiana fallimentare della campagna vaccini contro le rigidissime misure imposte dal governo di Angela Merkel – il cui lockdown proseguirà fino a metà aprile -, francese e spagnolo. A Berlino e in Francia, già da metà febbraio, la popolazione ultraottantenni aveva ottenuto la prima dose al 20 per cento contro il 40 per centro dei vaccini somministrati in Italia…

Tutti sanitari e pazienti ‘fragili’, insomma, i vaccinati?

In Italia, alla fine, le regioni hanno “cambiato le carte”, rispetto alla “terna” di categorie prioritarie dettate dal decreto legge del governo Draghi (1.operatori sanitari e socio-sanitari, sia pubblici che privati, in prima linea, 2.residenti e personali delle Rsa e 3.persone in età avanzata),  privilegiando centinaia di migliaia di dipendenti degli ospedali, non solo i sanitari, ma gli amministrativi (?!) che, si sa, non hanno alcun contatto con i malati. Ecco che, dulcis, si sono aggiunti i professori universitari, gli insegnanti e un esercito di  professionisti, dagli avvocati ai magistrati, senza distinguere tra quelli operativi, a rischio di contagio con i soggetti malati (ndr, come è avvenuto in Germania).

Questo perché le norme tedesche sono chiare e inequivocabili sulle categorie e sulle priorità per la vaccinazione mentre in Italia le regioni sono una babele di norme spesso così diverse tra loro da lasciare spazio a pericolose interpretazioni.

Gli ultra vulnerabili: eterni dimenticati

Ultra vulnerabili: eterni dimenticati

Chi sono gli ultra vulnerabili in sintesi? Sono persone alle quali “la natura ha tolto parte della loro salute, ma ciò è nella ‘natura’ delle cose della vita. La non applicazione del piano vaccinale, però, non può toglierci anche la speranza alla salute” – come si racconta un 78 enne abbandonato a se stesso. Si tratta di centinaia di migliaia di anziani, “estremamente” vulnerabili, cittadini “normali” over 70 e 80 che, solo ad aprile, forse, non saranno più “eterni dimenticati”, in attesa di una chiamata che non arriva e, magari, riusciranno a ricevere la loro prima dose.

Tutta colpa, pare, della mancanza di una piattaforma digitale informata e aggiornata, per i medici di medicina generale e i loro assistiti, ma le risposte mancano, ancora, quando il vaccino “per e di tutti” è l’unica soluzione “salvezza”.

Raccontatemi le vostre esperienze, da qualsiasi parte vi troviate…

 

 

Leggi Ora

Infodemia vs. Coronavirus: cos’è e cosa spaventa di più?

Infodemia vs. Coronavirus: cos’è e cosa spaventa di più? Secondo l’Oms il problema generato dal Coronavirus è l’infodemia, neologismo che indica letteralmente “quell’abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno”. Da oltre un anno, al tempo della Covid-19, ovvero da febbraio 2020, lo certifica anche un’istituzione internazionale, e non una caso. C’è una sindrome che condiziona pesantemente la nostra mente, la nostra attenzione, la nostra capacità di comprensione, di elaborare le informazioni che riceviamo e di ricostituirle. 

Infodemia vs. Coronavirus: cos’è e  spaventa di più?

A febbraio scorso, all’alba dell’emergenza sanitaria da Coronavirus, l’allarme non pareva essere “solo” o “tanto” il Coronavirus, ma quello relativo all’approvvigionamento di informazioni, non necessariamente errate, ma che per eccesso e mancanza di accuratezza, rimandavano, anche, a significati distorti, poi i fatti di cronaca, al netto del bilancio di vite umane perse, hanno dato la misura della pandemia, e oggi? Cosa ne pensa, ancora oggi, come allora, l’Oms? Per l’Organizzazione mondiale della Sanità a complicare la gestione dell’epidemia concorre la diffusione di fake news sul virus, sulla pericolosità e sui rimedi.

Infodemia e pandemia

Una pioggia incessante di notizie in cui si intersecano e si confondono verità e falsità, dicerie e conferme, ipotesi, congetture, opinioni personali assolutizzanti (…?!), assiomi, teoremi e chi più ne ha ne metta. E…da chiunque si improvvisi virologo, scienziato, infettivologo o, peggio ancora, da chi quel ruolo, di fatto, lo ricopre, o dovrebbe…Senza contare, non ultimo, che gli organi di stampa non sono secondi a nessuno in termini di “infodemia” in relazione alla pandemia/e, appunto. L’allarme è stato lanciato dall’Oms e poi, in parallelo alla “strage umana, ci si è dovuti pre-occupare di rispondere a falsi miti e voci sul virus di Wuhan. 

L’Oms e la lotta contro le fake news

Ancora oggi, l’organizzazione con sede a Ginevra è particolarmente impegnata nella gestione delle notizie che riguardano il Coronavirus e che è decisivo sotto diversi punti di vista: in primis per la gestione dell’epidemia del virus in senso stretto, ma anche per gli effetti che gli allarmi “immotivati” provocano nella popolazione. Ce li ricordiamo i casi di intolleranza nei confronti di cittadini cinesi in giro per il mondo, Italia compresa? 

Tali e tante le fake news che sono circolate, allora come oggi, ma quali sono (state) le principali diventate anche più virali del virus? Quelle secondo cui esistano antibiotici o la vitamina C e cibi come l’aglio necessari alla cura del virus o che l’infezione si trasmetta attraverso lettere e pacchi postali provenienti dalla Cina.

Troppe fake news in giro, insomma, secondo gli esperti medici e…non solo. 

Leggi Ora

Il pass verde Covid “sarà una proposta legislativa”

Il pass verde Covid “sarà una proposta legislativa“. Di cosa si tratta? “Digital Green Pass”: è questo il nome del passaporto vaccinale, per il quale è arrivato il via libera dall’Ue.

L’idea di un “passaporto” digitale che potesse attestare l’immunità da Covid per garantire in sicurezza la libertà di circolazione era già stato al centro del Consiglio europeo, con la Cancelliera Angela Merkel favorevole allo studio del documento, così come anche Austria Grecia (che ha già siglato un accordo con Israele per garantire la mobilità dei cittadini immunizzati facendo così ripartire la stagione turistica). 

Il pass verde Covid “sarà una proposta legislativa”

Quindi non sarà un optional, ma avrà il valore di uno strumento legale sulla base dei Trattati per il libero movimento. La data prevista per l’introduzione del documento è il 17 marzo, quando la Commissione europea presenterà “un pacchetto” con il pass verde Covid “che si concentrerà sui viaggi e la revoca delle restrizioni, per una riapertura comune sicura”. Così ha riferito il vicepresidente dell’Esecutivo comunitario, Margaritis Schinas, alla recente conferenza stampa al termine della videoconferenza dei ministri della Salute Ue. Una volta presentato ai leader, al vertice del 25 marzo, saranno fatti i passi per organizzare la mobilità vera e propria.

Quando entrerà in vigore?

Il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, ha dichiarato, a margine della conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri della Salute Ue, che l’obiettivo è che il pass sia in vigore tra tre mesi, o in estate, precisando che “il pass riguarderà lo spostamento tra una frontiera ed un’altra, ma non quanto potrà essere fatto col pass all’interno dello Stato membro”. 

A cosa servirà il “Digital Green Pass”?

Il “Digital Green Pass” fornirà una prova della vaccinazione per la persona in possesso del documento, i risultati dei test effettuati da coloro che ancora non si sono potuti sottoporre al vaccino Covid-19 ed eventuali informazioni sulla guarigione dal coronavirus, senza comportare discriminazioni tra chi ha effettuato la vaccinazione e chi no.

E il Regno Unito?

Per il Regno Unito questa del passaporto vaccinale resta sul tavolo solo come una possibilità da valutare e sarà oggetto di discussioni coordinate con l’Ue prima di qualunque decisione. 

Il ‘pass verde’ Covid consentirà, insomma, di tornare gradualmente a viaggiare, in libertà, in Europa e nel mondo, per lavoro o per turismo, garantendo la privacy dei cittadini.

 

 

Leggi Ora

Donne e lavoro, il divario di genere al tempo della Covid: cosa è cambiato?

Donne e lavoro, il divario di genere al tempo della Covid: cosa è cambiato? Quali sono stati, e sono, gli effetti della crisi da Coronavirus? In Italia i divari di genere sul tasso di occupazione e di inattività sono tra i più ampi in Europa. Una situazione che rischia di aggravarsi nel tempo, a causa delle conseguenze economiche della crisi sanitaria in corso. 

Donne e lavoro, il divario di genere al tempo della Covid: cosa è cambiato?

Eurostat ha pubblicato un report, a maggio 2020, sui progressi dell’Unione Europea verso i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile stabiliti dalle Nazioni Unite. Tra questi l’uguaglianza di genere, ancora lontana da raggiungere in particolare nel mondo del lavoro, dove la situazione delle donne è ancora fortemente svantaggiata, come sottolineato nel report.

Qual è il ruolo delle donne nel mondo del lavoro? Le donne continuano ad avere più difficoltà degli uomini nella ricerca di un lavoro, elemento reso evidente dal divario occupazionale di genere, che si mantiene stabile negli anni invece di diminuire. 

Da cosa dipende, principalmente, la disparità di genere?

Una disparità dovuta in gran parte a un altro aspetto preoccupante che emerge dal report, cioè l’inattività femminile per motivi di cura. È alle donne che vengono principalmente affidate le responsabilità familiari, di cura dei figli o dei parenti anziani. Motivo che spesso le spinge a rimanere al di fuori del mercato del lavoro, confinate tra le mura domestiche ad assolvere ruoli “assistenziali” verso la famiglia.

Gli effetti della crisi da Covid-19?

Le condizioni lavorative delle donne, il mondo femminile, in sintesi, più fragile e persino più esposto alla recessione da Covid, sta peggiorando a seguito degli effetti dell’emergenza sanitaria. Da un lato, con la chiusura delle scuole, molte più donne che uomini hanno preso la scelta obbligata di rimanere a casa a curare i propri figli. Dall’altro, i settori lavorativi a maggior presenza femminile sono stati i più colpiti dalle chiusure e dalle regole sul distanziamento sociale: la ristorazione, il turismo e la cultura, le attività commerciali.

Il tasso di occupazione delle donne è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini, il lavoro part time riguarda il 73,2% le donne ed è involontario nel 60,4% dei casi. I redditi complessivi guadagnati dalle donne sul mercato del lavoro sono in media del 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini.

Il divario occupazionale: motivazioni e  numeri

Stando all’ultimo Rapporto Caritas, le donne che hanno chiesto aiuto da maggio a settembre, subito dopo il lockdown, sono state il 54,4% contro il 50,5% del 2019. Una situazione delle donne, insomma, fortemente discriminata. Il Recovery plan dell’allora governo Conte, il piano nazionale di ripresa e resilienza, approvato a gennaio 2021, allora, è una occasione da non perdere per cominciare ad aggredire le profonde diseguaglianze di genere che attraversano il nostro Paese, a partire dal mercato del lavoro, sebbene ancora in via di definizione.

Gli obiettivi del Recovery plan

All’Italia andranno 210 miliardi di euro, di cui 144,2 miliardi finanzieranno nuovi progetti mentre i restanti 65,7 miliardi sono destinati a progetti in essere. L’azione di rilancio del Paese tracciata dal Piano è guidata da obiettivi di policy e interventi congiunti ai tre assi strategici condivisi a livello europeo quali la digitalizzazione e innovazione, la transizione ecologica e l’inclusione sociale. E, più precisamente, tra i vari obiettivi mira al rafforzamento del ruolo della donna, al contrasto alle discriminazioni di genere. 

La ragione principale del divario occupazionale riguarda il peso del lavoro di cura dei figli, delle persone anziane non autosufficienti e delle persone con gravi disabilità, che grava sulle spalle delle donne e che è assolutamente sproporzionato fra i generi. Il 65% delle donne fra i 25 e i 49, con figli piccoli fino ai 5 anni, non sono disponibili a lavorare per motivi legati alla maternità e al lavoro di cura.

L’Italia è al terzo posto per divario occupazionale

Sono i paesi dell’Europa meridionale e orientale a superare la media europea sul divario occupazionale di genere (11,4). L’Italia è al terzo posto con 19,6 punti di differenza tra occupati uomini e donne, preceduta solo da Malta e Grecia, entrambe con 20 punti di divario.

Se è vero che le donne occupate in Italia sono aumentate nel corso di 10 anni, è altrettanto vero che, ad oggi, sono ancora poco più della metà (53,8%). Dall’altra parte gli uomini occupati sono lievemente diminuiti (-0,4%), ma costituiscono il 73,4% della popolazione maschile.

Sarà necessario continuare analizzare la situazione mese per mese, aspettandoci che le conseguenze della crisi da Covid-19 sul mondo del lavoro e sulla presenza delle donne al suo interno continueranno a farsi sentire nel corso del tempo

Leggi Ora

In arrivo test veloce varianti, cresce incidenza

In arrivo test veloce varianti, cresce incidenza delle varianti sulle infezioni nazionali di Covid-19. In alcune regioni avrebbe raggiunto circa il 50% (rispetto al dato rilevato dall‘Iss del 18% circa di 10 giorni fa) con una prospettiva di crescita molto alta.

Test veloce varianti, cresce l’incidenza

“La variante inglese, ha spiegato il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli, è destinata a diventare dominante”. Inoltre: “Da metà marzo un test veloce potrà essere utilizzato nei laboratori per verificare, sulle persone già individuate come positive alla Covid-19, se sono state contagiate da una delle tre variante più in circolazione: quella inglese, la brasiliana e la sudafricana” – ha spiegato Massimo Ciccozzi, l’epidemiologo molecolare dell’Università Campus Biomedico di Roma, uno degli istituti che lo riceverà.

Di cosa si tratta?

Si tratta – ha aggiunto Ciccozzi – di un test molecolare sul genoma cui cui sarà possibile individuare in 2 ore circa se una persona è colpita da una variante. Sulla base del risultato ottenuto poi il campione deve essere sequenziato per capire quale variante sia. In questo modo si potrà avere la prevalenza delle varianti che circolano”.

Le varianti sono riferibili a casi di persone reduci da viaggi

Sulla situazione nel nostro paese – come ha  sottolineato Ciccozzi – tutte le varianti sono riferibili a casi di persone che avevano viaggiato. Al momento, comunque manca in Italia un sistema strutturato per andare a vedere come il virus cambia.

Nelle Regioni dove si è registrato un rapido aumento dei casi come Abruzzo, Marche, Toscana e Umbria, oltre che nelle Province autonome di Trento e Bolzano, le varianti di Sars-Cov-2 sarebbero, secondo le simulazioni sull’andamento dei ricoverati, già tra il 40 e il 50% del totale dei positivi. E questo trend, purtroppo, è in aumento…

Leggi Ora

Anche i bambini soffrono della sindrome del «Long Covid»

Anche i bambini soffrono della sindrome del «Long Covid». Eh, sì, anche i bambini e i ragazzi che si ammalano di Covid-19 possono non recuperare del tutto e continuare a soffrire di uno o più disturbi per mesi, dopo la fase acuta. Possono, cioè, soffrire di quella che viene chiamata sindrome del Long Covid, presente in un malato adulto su dieci. 

Anche i bambini soffrono della sindrome del «Long Covid»

Le conseguenze del contagio non passano in fretta: il Long Covid, ovvero i sintomi di malattia che continuano per diverso tempo anche dopo la fine dell’infezione virale, colpisce anche i più piccoli e i giovanissimi. Circa uno su 3 a distanza di mesi dalla fase acuta della malattia, sembra avere ancora almeno un sintomo, dal mal di testa all’insonnia.

Gli effetti della Covid-19: lo studio

A dimostrare che gli effetti della Covid possono permanere a lungo anche nei bambini e, probabilmente, con frequenza maggior che nell’adulto, è uno studio condotto dal Dipartimento della Salute della Donna e del Bambino della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs, pubblicato in preprint  (in attesa di revisione) su MedRxiv e sottomesso alla rivista Acta Pediatrica ai pediatri del Policlinico.

Primo del suo genere, lo studio, ha preso in esame uno scaglione di 129 bambini e ragazzi tra 5 e 18 anni con diagnosi di Covid-19 e valutati in pronto soccorso, reparto o in ambulatorio durante la prima e la seconda ondata pandemica. La maggior parte aveva sintomi lievi al momento della diagnosi e 33 erano asintomatici.

Un terzo del campione iniziale ha riportato sintomi, più o meno evidenti, a distanza di mesi e i più frequenti erano dolori muscolari o articolari, cefalea, disturbi del sonno, dolore toracico o sensazione di costrizione toracica, palpitazioni. In particolare, 68 bambini sono stati valutati anche a distanza di 120 giorni e il 51% di questi riportava almeno un sintomo persistente, in molti casi con ripercussioni nelle attività quotidiane. Rivalutati a 160 giorni, il numero di chi riportava un sintomo era sceso al 36%.

Quali sono i pericoli per la salute infantile?

In generale, i virus appartenenti alla famiglia dei coronavirus sono responsabili di circa 1/5 delle polmoniti virali, e la polmonite è tuttora la prima causa diretta di mortalità infantile a livello globale, con circa 800.000 decessi annui tra i bambini di età compresa tra 0 e 5 anni (153.000 tra neonati di età inferiore a un mese), pari a un decesso ogni 39 secondi.
La polmonite è una malattia killer dell’infanzia perché i bambini, insieme agli anziani e ai malati cronici, sono i soggetti più vulnerabili alle infezioni respiratorie acute. A essere a rischio sono soprattutto i neonati e i bambini sotto i 2 anni di età, a causa della fisiologica immaturità del sistema immunitario. I bambini immunodepressi sono esposti a un rischio particolarmente elevato.

Tuttavia, nell’epidemia di Covid-19 in corso si rileva un numero di infezioni tra i bambini e i ragazzi di gran lunga inferiore rispetto a quanto avviene in altri contesti epidemici. L’età media dei contagi nel nostro paese è di 62 anni, mentre l’età media dei decessi è 79 anni.

Bambini e Covid-19: l’impatto sul benessere e altri aspetti di salute

Ma cos’è esattamente la paura e perché la proviamo? Come riuscire a sconfiggere questo senso di impotenza e di ansia e tornare a condurre una vita normale? Non sappiamo ancora quando potremo tornare alla normalità e, neppure, se davvero potrà tornare tutto come prima.

Una limitata dose di paura e allerta sono necessarie, anzi fondamentali, a ben pensarci, in questa situazione per potersi attivare, senza perdere lucidità, anche solo per osservare le regole idonee di protezione come usare la mascherina, lavarsi bene e spesso le mani, rispettare la distanza sociale.

Come potrebbero affrontare i bambini delle modifiche delle nostre abitudini come, per esempio, l’utilizzo della mascherina prolungata nel tempo? Sicuramente i bambini possono adattarsi a delle norme, quindi alle norme di igiene e di prevenzione: anche alla mascherina. Se dovesse diventare una normalità per tutti, adulti e amici, diventerebbe una normalità anche per loro.

Ovvio, però, che una cosa del genere genererebbe una percezione del rischio maggiore: c’è un messaggio che viene veicolato di “pericolosità” nei rapporti umani. L’attenzione, quindi, dovrebbe correre sul trovare il giusto equilibrio tra la norma che tutela la nostra salute e la necessità di non esagerare nel veicolare troppo il messaggio di pericolosità, figlio della paura, dello stress e dell’ansia.

L’esperienza familiare
I bambini vivono le stesse esperienze delle loro famiglie: hanno quindi sperimentato la scomparsa di persone care – per lo più i nonni; hanno genitori che lavorano “in prima linea” contro il virus, o che hanno smesso di lavorare da tempo, o che hanno perso il lavoro o che lavorano da casa. Possiamo, comprensibilmente, aspettarci che queste esperienze impattino o impatteranno sulla loro salute, soprattutto mentale.
E le associazioni per i diritti dei bambini?
Più in generale, e fin dalle prime fasi della pandemia, associazioni come Human Rights Watch che indaga su abusi, minoranze e soggetti fragili all’interno di diverse società hanno preso in considerazione diversi aspetti che impattano sulla vita dei bambini del mondo, dal 2020, sotto il segno della Covid-19 e i passi che i governi dovrebbero intraprendere per mitigarne gli effetti e migliorare in senso lato la salute dei bambini anche dopo l’epidemia. Un lungo elenco di altre associazioni: WHO, Unicef, the Global Partnership to End Violence Against Children – solo per citarne alcune – hanno puntato sulle famiglie, soprattutto quelle più fragili, con lo scopo di aiutare i genitori a comunicare con i bambini per diversi aspetti dell’epidemia e come aiutarli.
La chiusura delle scuole e dei servizi per l’infanzia

Un aspetto a cui solo recentemente è stata posta attenzione anche in Italia è quello della chiusura delle scuole e dei servizi per l’infanzia e delle ricadute sulla salute dei bambini, dai piccolissimi agli adolescenti. In Italia hanno interrotto la scuola oltre 9.040.000 bambini e ragazzi e oltre un milione di bimbi dei nidi e dei servizi educativi della prima infanzia.

Una cosa è certa ovvero che la situazione di confinamento, lockdown prima e quella della semi-libertà “del dopo”, ha determinato una condizione di stress notevolmente diffusa con ripercussioni significative a livello non solo della salute fisica, ma anche di quella emozionale-psichica, dei genitori e dei bambini.

Il linguaggio dei bambini, però, alla fin fine, viene, spesso, in soccorso con il suo carico di bellezza, speranza, magia fatta di colori, fantasia, analogie, storie e favole. Corona Virus rimanda alla parola “Corona” perché il virus si comporta come un Re tiranno, rendendo i popoli suoi sudditi, costringendoli a piegarsi alla sua volontà feroce…

Eppure, mi piace pensare che, in ogni storia/favola che si rispetti, ci sia sempre un finale, il tanto atteso “happy-end”«…e vissero per sempre felici e contenti».

Leggi Ora

In Guinea ritorna l’epidemia di Ebola

In Guinea ritorna l’epidemia di Ebola. L’allarme arriva dopo la scoperta di sette casi di febbre emorragica. Non bastava la Covid-19, nel mondo, ora torna anche l’Ebola.

In Guinea ritorna l’epidemia di Ebola

In piena pandemia Covid, mentre da più parti in Italia gli esperti invocano un nuovo lockdown nazionale o l’alternanza delle zone a colori, si torna a parlare di Ebola. L’Africa occidentale sta affrontando la sua prima recrudescenza del virus Ebola dalla fine dell’epidemia devastante, che ha colpito il continente tra il 2013 e il 2016, la peggiore mai registrata del virus, causando oltre 11.300 morti in 10 Paesi della regione.

La nuova epidemia di Ebola in Guinea: ieri e oggi

Anche allora l’epidemia era iniziata in Guinea, nella stessa regione sud-orientale dove sono stati scoperti i nuovi casi. Il virus è stato identificato per la prima volta nel 1976 nello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Il caso iniziale, il cosiddetto paziente indice, è stato segnalato nel dicembre 2013. Si ritiene che un ragazzo di 18 mesi di un piccolo villaggio della Guinea sia stato infettato da pipistrelli. Dopo che in quella zona si sono verificati altri cinque casi di diarrea fatale, il 24 gennaio 2014 è stato emesso un allarme medico ufficiale ai funzionari sanitari del distretto.

La prima ondata di Ebola fu identificata ufficialmente il 23 marzo 2014 dall’Organizzazione mondiale della sanità, con 49 casi confermati e 29 decessi, nella regione rurale boscosa della Guinea sud-orientale. Questi  primi casi segnarono l’inizio dell’epidemia di Ebola in Africa occidentale, la più grande nella storia. 

E oggi?

Il capo dell’Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria Sakoba Keita ha spiegato che una persona è morta alla fine di gennaio a Gouecke, nella Guinea sud-orientale, vicino al confine con la Liberia. La vittima è stata sepolta il 1° febbraio e alcuni giorni dopo alcune persone che hanno preso parte al funerale hanno iniziato ad avere diarrea, vomito, sanguinamento e febbre: i sintomi tipici dell’Ebola.

Il nuovo focolaio è scoppiato in Guinea dopo che tre persone sono morte e almeno sette nuovi casi del virus mortale sono stati confermati, tanto che il primo ministro Ibrahima Kassory Fofana ha subito parlato di “epidemia”.

Non avveniva da 5 anni

Non avveniva da 5 anni. Tutte le persone che sono state a contatto sono in isolamento. La presenza dell’Ebola è stata confermata da un laboratorio della capitale. I casi sono stati riscontrati nella regione di Nzerekore, dove nel 2013 era scoppiata l’epidemia. Però, il lato positivo è che sia la Guinea che l’OMS hanno affermato di essere meglio preparate ad affrontare l’Ebola ora rispetto a cinque anni fa grazie ai buoni progressi sui vaccini.

Guinea, Sierra Leone e Liberia hanno sopportato il peso della precedente epidemia, ma come molti Paesi dell’Africa occidentale, la Guinea ha risorse sanitarie limitate. Senza considerare che ha anche registrato circa 15mila casi di Covid e 84 morti.

Come si trasmette il virus

Ebola, un virus estremamente aggressivo e, spesso fatale, che appartiene alla famiglia dei Filoviridae, e la cui letalità varia dal 25% al 90%, a seconda del ceppo. La trasmissione avviene attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi o altri fluidi corporei di animali infetti. In Africa è stata documentata l’infezione a seguito di contatto con scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie, antilopi e porcospini trovati malati o morti nella foresta pluviale.

Il contagio è più frequente tra familiari e conviventi, per l’elevata probabilità di contatti e, generalmente, in condizioni igienico-sanitarie precarie. In 4 casi è stata documentata anche la trasmissione per via sessuale. Infezioni asintomatiche sono state documentate in uomini adulti in buona salute a contatto con scimmie o maiali infetti da un particolare ceppo di Ebola chiamato Restv.

Come si manifesta: i sintomi del virus 

L’infezione si manifesta con un decorso acuto: i soggetti malati sono contagiosi fino a quando il virus è presente nel sangue e nelle secrezioni biologiche. L’incubazione può andare da 2 a 21 giorni, a cui fanno seguito generalmente sintomi acuti caratterizzati da febbre, astenia, mialgie, artralgie e cefalea.

Mentre il mondo combatte contro la pandemia Covid-19, da quasi un anno, anche grazie ai vaccini, la cui efficacia (un nuovo studio Pfizer, in Israele, lo dà efficace), per l’Ebola non esiste ancora una cura. Ad oggi, in fase di valutazione, esiste una ampia gamma di potenziali trattamenti tra cui emoderivati, terapie immunitarie e terapie farmacologiche in grado di migliorarne, quantomeno, la sopravvivenza.

Leggi Ora