L’Opinione

L’8 marzo: storia e significato

L’8 marzo: storia e significato. Una data conosciuta in tutto il mondo per essere la festa della donna. In realtà parlare di festa è improprio: questa giornata è, infatti, dedicata al ricordo e alla riflessione sulle conquiste politiche, sociali, economiche del genere femminile, dunque è più corretto parlare di giornata internazionale della donna.

L’8 marzo: storia e significato

La storia della festa delle donne risale ai primi del Novecento. Per molti anni l’origine dell’8 marzo si è fatta risalire a una tragedia accaduta nel 1908, che avrebbe avuto come protagoniste le operaie dell’industria tessile Cotton di New York, rimaste uccise da un incendio.

L’incendio del 1908 è stato però confuso con un altro incendio nella stessa città, avvenuto nel 1911, il 25 marzo, della Triangle Shirt Waist Company, e dove si registrarono 146 vittime (39 italiani), fra cui molte donne, che vi rimasero intrappolate, bruciando vive o lanciandosi dalla finestre dell’ottavo e nono piano dell’Asch Building, oggi sede del Dipartimento di scienze della New York University.

Chi erano le vittime? E quali furono le cause dell’incendio?

Le vittime dell’incendio erano per la maggior parte giovani immigrate che lavoravano 14 ore al giorno, 6 giorni a settimana, per una manciata di dollari. I proprietari, per timore che le “sartine” si allontanassero dal posto di lavoro, avevano dato ordine di chiudere a chiave le porte: quando scoppiò il rogo, l’Asch Building si trasformò in una trappola mortale.

Lo sapevate che?

I resti delle vittime non riconosciute furono sepolti nel cimitero di Evergreens, al confine tra Brooklyn e Queens. A distanza di un secolo, gli ultimi 6 ignoti, 5 donne e un uomo, sono stati identificati e rivelati nel 2011, nel centenario della tragedia, grazie alla tenacia del ricercatore Michael Hirsch.

Peccato però che, al processo, i proprietari della fabbrica, Max Blanck e Isaac Harris, non vennero dichiarati colpevoli di alcun reato e i lavoratori del settore tessile scesero in piazza per alcune settimane di fronte all’edificio, fino a quando la municipalità decise di adottare misure di sicurezza a tutela dei lavoratori.

L’origine della Festa è legata alla rivendicazione dei diritti delle donne

Tuttavia, i fatti che hanno realmente portato all’istituzione della festa della donna sono in realtà più legati alla rivendicazione dei diritti delle donne, tra i quali il diritto di voto (30 gennaio 1945). Sì, possiamo dire che la Festa della donna ha origine dei movimenti femminili politici di rivendicazione dei diritti delle donne di inizio Novecento, in termini di conquiste sociali, economiche e politiche, di discriminazioni e delle violenze di cui le donne sono state, e sono ancora, oggetto in quasi tutto il mondo. Per alcuni anni la giornata delle donne è stata celebrata in giorni diversi nei vari Paesi del mondo.

A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne manifestarono per chiedere la fine della guerra. In seguito, per ricordare questo evento, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste che si svolse a Mosca nel 1921 fu stabilito che l’8 marzo diventasse la Giornata internazionale dell’operaia. In questa tendenza si è inserita anche l’Italia nel 1922, che ha celebrato la sua prima Festa della Donna il 12 marzo dello stesso anno.

Il 1975 è stato definito dalle Nazioni Unite come l’Anno Internazionale delle Donne e dall8 marzo di quell’anno i movimenti femministi di tutto il mondo hanno manifestato per ricordare l’importanza dell’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne.

Di chi fu l’idea di proporre come simbolo la mimosa?

Fu importante, per la Festa della Donna, la fondazione dell’Unione Donne Italiane, associazione femminile nata nel 1944. L’UDI, in particolare, era alla ricerca di un fiore che potesse contraddistinguere la Giornata. L’idea della mimosa fu proposta da Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei. In moltissimi paesi, del resto, è tradizione regalare fiori alle donne l’8 marzo, ma la relazione tra i fiori di mimosa e la Festa della donna c’è solo in Italia.

L’8 marzo, oggi?

L’8 marzo, oggi, ha un po’ perso il suo valore iniziale. Mentre ci sono organizzazioni femminili che continuano a cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi di varia natura che riguardano il sesso femminile – come la violenza contro le donne e il divario salariale rispetto agli uomini – molte donne considerano questa giornata come l’occasione per uscire da sole con le amiche, lasciando mariti, compagni e figli a casa, e concedersi qualche “sfizio“, che magari in altre serate non sarebbe permesso, restrizioni covid permettendo…

Voi, come lo vivete, oggi, al tempo del Coronavirus e, più in generale, questo giorno “di festa”?

La strada da compiere è tutt’altro che conclusa e siamo ancora lontane dal constatare che le diseguaglianze sono state superate e i femminicidi in calo (anzi, rimangono costanti, crescendo quindi in percentuale rispetto al totale). Sì, perché sotto questa luce, il 2020 è stato un annus horriblis, anche per quanto riguarda i femminicidi, il peggiore in termini di percentuali dal 2000.

E, va detto, non basta un ramoscello di mimosa per dare la giusta importanza all’8 marzo, no?

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Baby boomers e nativi digitali: identikit di generazioni a confronto

Baby boomers e nativi digitali: identikit di generazioni a confronto. Chi sono? Lo sviluppo tecnologico improvviso e intenso degli ultimi anni ha portato le nuove generazioni a vivere una vita totalmente diversa rispetto ai propri genitori o a chi li ha preceduti.

Baby boomers e nativi digitali: identikit di generazioni a confronto

Dai Baby boomers (classe dal 1944 al 1964), che hanno dato vita alle rivoluzioni sociali ed economiche del dopo guerra e hanno vissuto un importante cambiamento culturale a cui si sono comunque adattati, alla Generazione X (nati dal 1965 al 1979), quelli che hanno vissuto la guerra fredda e l’avvento del personal computer, a quella Y o Millenials (nativi 1980 -1994), la generazione che ha vissuto in pieno l’avvento dei social e l’informazione veloce fino a quella Z o Post Millenials (dal 1995 al 2019), i figli della Generazione X e di internet: cresciuti solo con la tecnologia per la quale hanno un attaccamento smisurato.

Generazione Z: chi sono e quanti anni hanno?

Sono la prima generazione nativa digitale. È davvero così? La Gen Z può essere considerata davvero una generazione di nativi digitali? E, se sì, in che modo si riflette questo sulla quotidianità degli adolescenti? Se c’è un dato incontrovertibile è che la Generazione Z, originariamente chiamati Homeland Generation, è la prima nata dopo la nascita del web, cresciuti all’indomani dell’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle e in un clima di paura e sfiducia.

Per la Gen Z, così, il vero rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza è rappresentato spesso dal possesso di uno smartphone o di un cellulare connesso a Internet: secondo una statistica del Pew Research Center, quasi tre quarti degli adolescenti di oggi ne ha uno, mentre appena il 12% di adolescenti non possiede un telefonino. Difficile pensare, allora, che qualsiasi azione quotidiana di questi giovanissimi non passi attraverso le tecnologie che si portano tutto il giorno “dietro”: la iGeneration, cioè, sarebbe la prima per cui la distinzione tra online e offline, tra vita reale e vita virtuale ha perso di senso e, ancora, la prima a vivere costantemente onlife.

Sono i nati tra il 1995 e il 2019, oggi hanno tra i 10 e i 25 anni, in Italia sono circa 8.8 milioni, di cui più di un milione nel mondo del lavoro. In maggioranza, sono i figli della X Generation (oggi, dai 40 ai 55 anni), non hanno mai conosciuto un mondo senza internet, smartphone o i-Pod

I nativi digitali: nascono nel 1985

Mark Prensky, scrittore statunitense che ha coniato la definizione di “nativi digitali“, indica il 1985 come l’anno della grande svolta, dal quale i nuovi nati rientrano di diritto nella categoria dei millennials.

Nel 1985 inizia la diffusione di massa dei personal computer dotati di interfaccia grafica e dei sistemi operativi Windows. E’ l’inizio dell’informatica come la conosciamo oggi, una disciplina che contribuirà al cambiamento della società e del modo di vivere delle generazioni successive, del loro rapporto con gli altri e dei loro valori.

Cosa significa millennials

Anche conosciuti come Generazione Y (che sta per Yes), col termine millennials s’identificano tutti coloro che hanno raggiunto l’età adulta nel 21esimo secolo. Per alcuni i millennials sono semplicemente la generazione successiva alla cosiddetta Generation X, mentre per altri sono considerabili come tali solo gli individui definiti come “Nativi Digitali”, ovvero nati in un mondo dove è già fortemente presente la tecnologia digitale.

È stato Neil Howe nel 2000 a scrivere il libro “Millennials Rising”: il loro nome millennial deriva dal fatto che le loro idee, qualità, attitudini e valori si sono formate nel periodo di tempo nel quale vivono, ossia questo millennio. Sono figli di questo millennio, ecco perché millennial.

La realtà (virtuale) dei millennials

La familiarità dei millennials nativi digitali con la tecnologia di ogni grado e livello ha contribuito a creare in loro una sorta di parallelismo integrato tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Ad esasperare questa simbiosi tra realtà e mondo virtuale hanno contribuito i social network, Facebook e Twitter in primis.

In più di un’occasione gli esperti si sono interrogati sui rischi che provenivano da questa dipendenza dei più piccoli da tecnologie e ambienti digitali e sugli effetti che questo stato di costante connessione potesse avere su felicità e soddisfazione percepite, se non addirittura sulla salute mentale degli adolescenti. I risultati sono stati diversi, non sempre in perfetto accordo, se non quando si trattava di mostrare appunto come per i giovanissimi della Gen Z fosse impossibile distinguere la propria vita online da quello che succedeva appena disconnessi.

Millennials o Generazione Y: chi sono

Ad oggi i millennials hanno un’età compresa tra i 25 e i 38 anni. Sono indipendenti, o almeno ci provano. La Generazione Y è cresciuta con la crisi economica degli anni 2000 ma crede, col duro lavoro, di poter raggiungere un’indipendenza economica, sono più responsabilideterminati, persino più parsimoniosi della generazione immediatamente precedente I millennials hanno bisogno di riconoscimento, di feedback, di una continua formazione e la ricerca di nuovi orizzonti del sapere, sono di mentalità aperta, cittadini del mondo, avventurosi, esperti nell’arte del “problem solving“, collaborativi, attenti alla politica più di quanto non si interessino i loro genitori e fortemente progressisti.

Covid vs nativi digitali digitali, generazione dopo generazione

E’ passato un anno. Eh, sì, alla fine dello scorso febbraio, appariivano i primi casi di Coronavirus a Milano. E, da allora, le piattaforme digitali, soprattutto col lockdown, sono diventate gli unici, o quasi, mezzi di comunicazione e di “avvicinamento” sociale, di partecipazione culturale, benché virtuale, in grado di alleggerire la situazione di grande sofferenza fisica, psicologica, sanitaria, economica, educativa e finanziaria collettiva che ha investito le nostre vite… Tanti e tali i risvolti psicologici legati alla pandemia che ci hanno spinti a creare, a partecipare, a cercare progetti di supporto e sostegno per qualsiasi fascia di età.

Baby boomers, X, Y e Z: insomma, generazioni a confronto dove, però, la diversità è un valore e un punto di partenza nel mondo che cambia, nel tempo che corre veloce “in rete” come nella realtà, di oggi…

 
 

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Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo?

Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo? Si fa presto a dire “paghetta”’. C’era una volta “la paghetta”: ve la ricordate? Un tema tanto dibattuto in molte famiglie: sono numerosi i genitori che si interrogano sull’opportunità di dare qualche soldino ai propri figli, sull’età in cui sia sensato iniziare ad elargirla e sui metodi più adatti per insegnare loro come gestirla con intelligenza.

Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo?

Quanti sono i genitori che versano ancora ai propri figli una paghetta? E poi quanto danno loro? E ogni quanto tempo? E per fare cosa? Che significato aveva e ha, se ce l’ha ancora? Come sono cambiate le abitudini? Insomma, paghetta sì  no?

Dal “Mamma, papà, me lo compri? alla “paghetta” e al “dopo paghetta” qual è stata l’evoluzione? Come lo hanno vissuto i genitori e trasferito, a loro volta, ai propri figli? Uno strumento di punizione (“ti tolgo la paghetta”) o l’occasione “sana” per insegnare ai figli la responsabilità al risparmio e l’autonomia più adulta oltre al valore di ciò che si desidera comprare (“metti da parte per …”)?

 I figli delle famiglie italiane

Che l’alfabetizzazione finanziaria dei ragazzi possa partire efficacemente partire dal gioco prima e dall’erogazione di cifre, anche modeste, è opinione molto condivisa. Certo, per molti è prioritario arrivare a fine mese con le risorse a disposizione e, difficilmente, una famiglia media riesce a risparmiare qualcosa. C’è da dire che i figli delle famiglie italiane sono quelli con le mani più bucate ricevendo più soldi dei loro coetanei europei (siamo battuti solo dall’Austria). Ma gli italiani, si sa, hanno nel proprio retroterra culturale l’attitudine al risparmio, per le necessità e per tutti i “non si sa mai…” legati ai rischi da affrontare e a tutte le eventualità future.

L’uso educativo del risparmio, in altre parole, non è sconosciuto ai risparmiatori di casa nostra. Ma il come è il punto più delicato. Da un lato c’è la spinta a spendere, e non di risparmiare, di contribuire cioè alla crescita economica al consumismo. E così, sul fronte educativo, i comportamenti prevalenti oggi sono questi: se il bambino vuole qualcosa facciamo in modo che (se) lo comperi, se il ragazzo esce la sera deve avere una certa quota di soldi, a prescindere da tutti i sacrifici che, poi, i genitori fanno per assicurarla.

Un soldino per crescere

Allora, è preferibile un fisso settimanale al “genitore bancomat”. I bambini cominciano ad acquisire una capacità di riconoscimento dei soldi attorno al sesto, settimo anno di vita; in un’età in cui le competenze mentali necessarie sono ancora precarie e confuse relativamente a pensieri magici e concretistici. Solo intorno ai 10-11 anni, con l’ingresso della scuola secondaria, i ragazzini e le ragazzine sono in grado di capire il senso del denaro. Consegnare una paghetta settimanale o mensile è, allora, decisamente meglio del genitore bancomat.

Con che cadenza e soprattutto con quale cifra è consigliabile iniziare?

Secondo il parere degli esperti, per i bambini delle scuole secondarie, 11-12 anni, 5-8 euro, a cadenza settimanale, possono essere sufficienti. Per i ragazzi più grandi e, con la prima superiore, intorno ai 14-16 anni, si può passare ai 15-20 euro, su base mensile, alzando il tiro man mano si presentano i primi allontanamenti organizzati con gli amici, le prime vacanze di gruppo.

Anche perché la paghetta, deve servire anche per la ricarica telefonica, per tutti gli acquisti “extra” dei figli, di ieri e di oggi, specie nell’anno della pandemia: dalle merendine alle figurine e ai giornalini all’uscita al cinema con gli amici più grandi.

Si fa presto a dire “paghetta”’

Poi, come non ricordare, c’era la paghetta condizionata o incrementata in virtù  di alcuni servizi che il figlio poteva compiere dentro casa, eccetto le attività domestiche che dovevano rientrare nella routine e nella condivisione dei compiti (rifare il letto, sparecchiare la tavola etc.), e non potevano o dovevano, allora come oggi, tradursi in un riconoscimento economico sennò il rischio di equivocare l’insegnamento educativo era ed è fortissimo.

Cosa è rimasto di tutte queste gocce di memoria oggi, e al tempo dell’emergenza sanitaria per COVID-19, dove tutto si è ribaltato quanto a ritmi, abitudini, esigenze e consumi, viaggi e cultura di viaggio?

Mi raccontate la vostra esperienza di genitori, ieri e oggi? Sì, perché “del doman non v’è certezza”: il Magnifico docet.

Scrivetemi a: email@milenasala.it

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