Diventare mamma dopo i 40 anni?

Diventare mamma dopo i 40 anni? Un tempo era un’eccezione. Oggi, invece, è un fenomeno piuttosto diffuso. Le donne over 40 che decidono di diventare madri sono, infatti, sempre più numerose, sia in Italia sia all’estero.

Una scelta, spesso, dettata da ragioni di vita (l’amore arriva “più tardi” – quando e se arriva-  e, di riflesso, la possibilità “con-divisa” di “mettere su famiglia”), sociali, economiche e lavorative che, però, potrebbero comportare l’insorgere di alcune difficoltà sia sotto il profilo della fertilità, sia per quanto concerne un probabile aumento di problemi collegati ad una gravidanza posticipata nel tempo.

Mamma dopo i 40 anni e l’aspettativa di vita

L’aspettativa di vita nell’UE è tra le più alte del mondo e l’Italia è tra i paesi dove questa è più alta (mediamente la più alta assieme alla Spagna).
Ma oltre le medie una realtà: in controtendenza con l’Europa, dove in media vivono più le donne degli uomini, in Italia l’aspettativa di vita dei maschi è ai primi posti.

Sempre sopra la media Ue con otto regioni in una classifica di dieci, mentre quella delle donne è sempre elevata, ma non c’è nessuna regione italiana tra le prime dieci in classifica.

A verificare le condizioni di salute nell’Ue, con gli ultimi dati disponibili alla mano, è Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, che ha pubblicato l’edizione 2020 dei dati regionali in cui è presente un capitolo sulla salute.

Oltre le medie…

Per quanto la nostra aspettativa di vita sia aumentata, c’è un dato oggettivo che, però, non possiamo né ignorare né negare: a livello biologico, la quantità di ovociti di una donna over 40 è notevolmente minore, così come diversa è la loro qualità. Questi due fattori, messi insieme, rendono più difficile sia il concepimento sia la successiva e corretta evoluzione della gravidanza.

gravidanza over 40 rischi

I rischi

Chi cerca un figlio, già dopo i 35 anni, dovrebbe sapere che con l’età aumentano i rischi di infertilità. Le donne tendono ad ovulare meno frequentemente, di aborto spontaneo (le stime parlano di un rischio del 10-20%) e di anomalie cromosomiche del feto (il rischio di avere un bambino con sindrome di Down, per esempio, passa da uno su 1.500 a 20 anni a uno su 800 a 30, uno su 270 a 35, uno su 100 a 40 e uno su 35-50 a 45 anni). Anche gli uomini, del resto, possono avere una certa diminuzione della fertilità, a partire dalla fine dei 30 anni. 

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Quante sono le gestanti over 40?

Secondo le ultime stime di massima oltre che l’analisi dei dati frutto di alcune interviste a diversi ginecologi, non è azzardato affermare che le donne che affrontano la gravidanza (spesso proprio la prima) dopo i 40 anni rappresentano circa il 20-30%.

E, in generale, ci troviamo di fronte a un trend in crescita. Un trend dovuto soprattutto al fatto che, al giorno d’oggi, occorrono tempi più lunghi per ottenere un’indipendenza economica e una stabilità tali da consentire la programmazione di una gravidanza.

Molte donne – mi raccontano – vorrebbero diventare madri, ma sono costrette, loro malgrado, a rimandare la realizzazione del loro desiderio perché non si trovano ancora in una condizione di stabilità. 

genitori - famiglia

Incinta dopo i 40: cosa cambia?

Nonostante le rinnovate abitudini, le scelte di vita e i costumi sociali abbiano portato ad uno spostamento in avanti dell’età della prima gravidanza, intorno ai 40 anni le cose si fanno più complicate.

In maniera naturale o con la procreazione assistita: cosa cambia? Le donne che si sottopongono a inseminazione o FIV, il rischio di aborto spontaneo è lo stesso di una gravidanza naturale (15-20%) e aumenta in base all’età. Per le aspiranti mamme che, invece, ricevono una donazione di ovociti, i rischi non aumentano, poiché gli ovociti provengono da una donatrice giovane (18-35 anni).

Per il resto, rimanere incinta dopo i 40 (in modo naturale o tramite tecniche di procreazione assistita) significa andare incontro ai medesimi rischi e alla stessa necessità di monitoraggio. Va precisato, però, che nelle gravidanze da fecondazione assistita la percentuale di gravidanze gemellari aumenta, con un conseguente incremento dei relativi rischi ostetrici. Tutto ciò, almeno, “sulla carta”…

gravidanza over 40 cosa cambia

Preservare la fertilità

Spesso l’idea di ritardare nel tempo la maternità è una scelta che mette in campo diversi fattori e percorsi, nella maggior parte dei casi, molto consapevoli e ragionati. L’idea di voler posticipare l’età in cui diventare genitori può essere supportata da scelte che preservino la riuscita di questo progetto.

In questi casi, è possibile far ricorso a una delle tecniche di preservazione della fertilità che consentono di posticipare la gestazione. La vitrificazione degli ovociti, ad esempio, consente di conservare o congelare gli ovuli maturi quando si è ancora “giovane” per utilizzarli quando la paziente deciderà, mantenendo le stesse probabilità di gravidanza presenti al momento della vitrificazione.

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Lo stile di vita fa la differenza

Cercare una gravidanza a 35 o a 40 o, ancora, oltre i 45 anni, non è una follia. Però, non è neppure una passeggiata. Bisogna mettere in conto che potrebbe non arrivare, e sapere che c’è qualche rischio in più.

In generale, è molto importante lo stile di vita (vale a qualunque età, ma a maggior ragione se non si è più giovanissime): sì a una dieta equilibrata di tipo mediterraneo e a un moderato esercizio fisico, no al fumo, all’alcol e allo stress eccessivo.

Sì anche all’assunzione di acido folico già due/tre mesi prima del concepimento, indispensabile per la prevenzione del rischio di malformazioni del tubo neurale come la spina bifida. Ovviamente i rischi dipendono anche dallo stato di salute generale prima della gravidanza. Una donna sana, di peso normale, con stile di vita equilibrato, ha meno rischi di una donna obesa e con diabete.

stile di vita mamme over 40

Ma avere un figlio da sola è davvero un atto di egoismo?

Quando si tratta di mettere al mondo un figlio, anche in coppia, penso che si tratti sempre, e prima di tutto, di un atto di altruismo. Mi piace pensare che la famiglia sia dove c’è amore, indipendentemente dal numero e dal sesso dei genitori, da quel desiderio profondo che spinge oltre ogni limite e confine.

Sì, perché una donna che sente profondamente di voler mettere al mondo un figlio, lo sente nella pancia e, oggi, lo può fare, anche da sola. La maternità non va di pari passo con l’essere donna, non è detto che questo desiderio sia di tutte, ma quando a muoverci è quel desiderio, tutto cambia.

Ma quanto incidono i condizionamenti sociali? In famiglia, sul lavoro e con gli amici? Si è “etichettate” come donne incoscienti o coraggiose? Ogni esperienza, si sa, è personale, ma l’aspetto psicologico incide fortemente in scelte di questo tipo. Essere madre senza “il principe azzurro” si può, se lo si vuole davvero e consapevolmente…

Madri single

Lo sapevate che l’Italia…

L’Italia non permette i trattamenti di riproduzione assistita per le donne single o con una partner femminile. Alla fecondazione eterologa, dunque, possono ricorrere solo coppie di fatto, sposate o conviventi, ed eterosessuali. In Italia mancano donatrici di ovuli. Nel Belpaese, fino a pochi anni fa, non era possibile ricorrere a questa tecnica: lo vietava la legge 40 del 2004. Il divieto è stato superato nel 2014 grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale.

madri single no inItalia

Un altro problema è rappresentato dalla carenza di donatori di sperma e donatrici di ovociti. In Italia la donazione è volontaria e anonima e la legge vieta qualsiasi tipo di remunerazione (eccetto il rimborso delle spese). Inoltre, manca ancora la «cultura» della donazione dei gameti, proprio come fino a pochi anni non c’era nemmeno quella della donazione degli organi. Per questo motivo, moltissime coppie si rivolgono a paesi dalla legislazione più sviluppata, come la Spagna.

La Spagna è più flessibile

In Spagna, tuttavia, la legge è più flessibile in merito a questo aspetto e permette a tutte le donne, di età superiore ai 18 anni, e con totale capacità di intendere e di volere, di accedere a un trattamento di riproduzione assistita, indipendentemente dal loro stato civile o orientamento sessuale.

I trattamenti vanno da un’inseminazione artificiale con sperma di donatore a una fecondazione in vitro; da una doppia donazione di gameti (maschile e femminile) ad un transfer di pre-embrione di un’altra coppia.

test gravidanza positivo

La percentuale di successo può variare a seconda del trattamento di fecondazione assistita intrapreso. In generale, dal 20% (per una inseminazione artificiale) al 70% (nel caso di una doppia donazione). E i costi? Per un ciclo di ovodonazione (PMA) in Italia il costo oscilla tra i 5.000 e gli 8.000-9.500 euro mentre all’estero intorno ai 4.500-6.900 euro. 

Madre biologica o madre surrogata?

Ricorrere all’ovodonazione significa mettere in conto che il proprio figlio erediti il patrimonio genetico di un’altra donna. Sottoporsi ad una tecnica di riproduzione assistita significa che un embrione viene messo in gestazione nel grembo materno di una donna, che non sarà la sua madre biologica, poiché l’embrione impiantato non ha alcun legame genetico con lei.

diventare madri

E quindi? Secondo la legge dell’amore, cambia ben poco. L’amore per il proprio figlio è ben più forte di quello di trasmettere i propri geni. Secondo il punto di vista della teoria dell’attaccamento di Bowlby «non è necessariamente la connessione genetica, ma sono le interazioni positive che causano l’attaccamento emotivo».

Sentir crescere dentro di sé una vita, partorirla, crescerla è, a tutti gli effetti, una maternità come lo è, del resto, l’adozione, se fosse così semplice, quanto a requisiti, ricorrervi. C’è da dire che il fatto che la donatrice sia destinata a rimanere anonima, come prevede la legge, è una garanzia di tutela per il bambino.

legami familiari

Poi, verrà il tempo di raccontare la verità al figlio, meglio quando i bimbi sono ancora piccoli, dai tre o quattro anni in su – come consigliano gli esperti – per farla vivere con naturalezza.

Un atto di grande amore, di determinazione e coraggio, che sia di donne single o in coppia. In età adolescenziale il discorso si fa più delicato perché i figli attraversano una fase di instabilità emotiva dovuta all’età e potrebbero sentirsi disorientati.

famiglia  

“Comprarsi” la possibilità di realizzare il sogno di una famiglia non è impossibile, se ci si crede, con o senza principe azzurro. E’ una esperienza intima, di consapevolezza “uterina” e di amore che non conosce “limiti”, credo.

Non sono mamma, non ancora. Non sono giovane, sono anche io una donna over 40, ma che desidera, con tutto il cuore, vivere la maternità “per e con amore”. Sono figlia, però, di una mamma che è morta ancora troppo giovane, da poco over 50. Ricordo bene un aneddoto. Quando mi veniva chiesto dove fosse casa mia, beh, io rispondevo, di getto: “Dove c’è la mamma”.

Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”.
La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore”.
(Rabindranath Tagore)

 

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Neet: chi e quanti sono in Italia e in Europa?

Neet: chi e quanti sono in Italia e in Europa? Sono chiamati Neet, acronimo inglese che sta per “neither in employment nor in education or training” o “not in education, employment or training”, e sono i giovani del terzo millennio, figli dei mutamenti sociali, economici e culturali, e le loro situazioni sono molto diverse tra loro. 

Neet, non studiano, non lavorano, senza obiettivi

Nello specifico, sono gli inattivicoloro che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi formativi. L’acronimo compare per la prima volta nel 1999 in uno studio della Social Exclusion Unit, un dipartimento del
governo del Regno Unito preoccupato che i giovani “Not in Education, Employment or Training” fossero in una condizione di esclusione tale da favorire l’avvio di carriere criminali.

In Italia sono 2.116.000 i giovani NEET, secondo gli ultimi dati dell’Istat, e la loro condizione è strettamente associata alla fase di transizione all’età
adulta, in cui si passa da giovane ad adulto. La sociologia ci insegna che la transizione nel modello di società occidentale è segnata da cinque tappe: l’uscita dalla casa dei genitori, il completamento del percorso educativo, l’ingresso nel mercato del lavoro, la formazione di una famiglia ed infine l’assunzione di responsabilità verso i figli.

A partire dagli anni ’70-’80 questa fase ha cominciato a diventare sempre più lunga. Se prima il modello era “scuola-lavoro-famiglia”, più o meno alla stessa età per tutti, oggi, però, il percorso è molto più disuguale, personalizzato e imprevedibile.

Se da un lato è più difficile, oggi, per loro, entrare nel mondo del lavoro, è vero anche che, rispetto a prima, si studia di più, si viaggia di più, ci si diverte di più. Insomma, si diventa grandi più tardi per necessità ma, diciamolo, anche per piacere o, per meglio dire, per “dolcefarniente”. 

Il rapporto Eurofound dedicato ai NEET

L’influente rapporto dedicato ai NEET da Eurofound, un’agenzia di ricerca dell’Unione Europea, individua cinque sottogruppi all’interno del mondo NEET:

  • disoccupati;
  • indisponibili, che non hanno possibilità di svolgere attività lavorative o formative per ragioni di salute o per responsabilità familiari;
  • disimpegnati, che per scelta passiva non cercano lavoro né occasioni formative;
  • cercatori di opportunità, che sono alla ricerca attiva dell’opportunità lavorativa o formativa che reputano più adeguata per loro;
  • volontari, che sono NEET per scelta attiva, perché si sono presi uno stacco per fare un viaggio o un’esperienza di volontariato o di piacere.

Insomma, una categoria eterogenea, dove c’è l’hikikomori, letteralmente “stare in disparte” che viene utilizzato, in gergo, per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, chi non esce mai di casa, insomma, ma anche il/la neolaureato/a che si prende un anno “sabbatico ” per girare il mondo.

Come si “diventa” NEET?

Si comincia, semplicemente, smettendo di studiare, ma senza iniziare a  lavorare, viaggiando o stando in casa, come si diceva. Ci sono dei fattori socio-economici che incidono sulla condizione di NEET. Quali sono questi fattori? Il rapporto Eurofound li riassume così:

  • Educazione: un basso livello di istruzione aumenta di 3 volte il rischio di diventare NEET;
  • Genere: le donne hanno il 60% di probabilità in più di diventare NEET;
  • Migrazione: avere un background migratorio aumenta del 70% il rischio di diventare NEET;
  • Disabilità: avere una disabilità aumenta il rischio del 40%;
  • Famiglia: avere genitori divorziati comporta un rischio maggiore del 30%; avere genitori disoccupati aumenta il rischio del 17%; avere genitori con un basso livello di istruzione raddoppia la probabilità di diventare NEET;
  • Residenza: vivere in aree remote aumenta di 1,5 volte la probabilità di diventare NEET.

I Neet al tempo della pandemia: in Italia e in tutta l’Ue

Con la pandemia in Italia sono aumentati gli inattivi o i Neet, stando in un rapporto trimestrale sull’occupazione pubblicato dall’esecutivo Ue (fonte Ansa). Nel nostro Paese i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano hanno raggiunto il 20,7% nel secondo trimestre del 2020, seguono la Bulgaria (15,2%) e la Spagna (15,1%).

In generale, in tutta l’Ue il tasso di Neet è aumentato all’11,6% nel secondo trimestre del 2020 rispetto allo stesso trimestre del 2019. Mentre il tasso di attività delle persone tra i 15 e i 64 anni è sceso al 72,1% in tutta l’Ue. Nell’Ue, poi, le misure per il Covid sono riuscite ad attutire i cali del reddito da lavoro dipendente soprattutto nei lavoratori meno pagati. Mentre solo in Italia e in Austria le persone con reddito medio hanno avuto una minore riduzione del salario rispetto a chi percepisce stipendi più bassi. 

La proposta della Commissione europea al Consiglio dell’Unione europea

Nell’aprile 2013, è stata adottata la proposta della Commissione europea al Consiglio dell’Unione europea di attuare una Garanzia per i giovani in tutti gli Stati membri. Ridurre il numero di NEET è un obiettivo politico esplicito della Garanzia per i giovani. Questa iniziativa mira a garantire che tutti i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni ricevano un’offerta di lavoro di qualità, formazione continua, apprendistato o tirocinio entro quattro mesi dalla disoccupazione o dal completamento dell’istruzione formale. 

Cosa si può fare per arginare e prevenire il fenomeno?

Qualcosa si può fare, se è vero che ci sono contesti in cui la sua diffusione è molto minore che in altri. Sono tre le istituzioni cruciali quando parliamo di giovani NEET: il sistema educativo, il sistema di welfare e il mercato del lavoro. Le politiche che vogliono intervenire sul fenomeno devono quindi intervenire sul funzionamento di queste tre istituzioni, creando un contesto dove i giovani abbiano la possibilità e il desiderio di studiare, lavorare e vivere appieno come cittadini “attivi” e, va da sé, giocoforza, prevenendo e/o contrastando l’abbandono scolastico…

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Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo?

Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo? Si fa presto a dire “paghetta”’. C’era una volta “la paghetta”: ve la ricordate? Un tema tanto dibattuto in molte famiglie: sono numerosi i genitori che si interrogano sull’opportunità di dare qualche soldino ai propri figli, sull’età in cui sia sensato iniziare ad elargirla e sui metodi più adatti per insegnare loro come gestirla con intelligenza.

Paghetta sì o no? i dubbi dei genitori

Quanti sono i genitori che versano ancora ai propri figli una paghetta? E poi quanto danno loro? E ogni quanto tempo? E per fare cosa? Che significato aveva e ha, se ce l’ha ancora? Come sono cambiate le abitudini? Insomma, paghetta sì  no?

Dal “Mamma, papà, me lo compri? alla “paghetta” e al “dopo paghetta” qual è stata l’evoluzione? Come lo hanno vissuto i genitori e trasferito, a loro volta, ai propri figli? Uno strumento di punizione (“ti tolgo la paghetta”) o l’occasione “sana” per insegnare ai figli la responsabilità al risparmio e l’autonomia più adulta oltre al valore di ciò che si desidera comprare (“metti da parte per …”)?

 I figli delle famiglie italiane

Che l’alfabetizzazione finanziaria dei ragazzi possa partire efficacemente partire dal gioco prima e dall’erogazione di cifre, anche modeste, è opinione molto condivisa. Certo, per molti è prioritario arrivare a fine mese con le risorse a disposizione e, difficilmente, una famiglia media riesce a risparmiare qualcosa. C’è da dire che i figli delle famiglie italiane sono quelli con le mani più bucate ricevendo più soldi dei loro coetanei europei (siamo battuti solo dall’Austria). Ma gli italiani, si sa, hanno nel proprio retroterra culturale l’attitudine al risparmio, per le necessità e per tutti i “non si sa mai…” legati ai rischi da affrontare e a tutte le eventualità future.

L’uso educativo del risparmio, in altre parole, non è sconosciuto ai risparmiatori di casa nostra. Ma il come è il punto più delicato. Da un lato c’è la spinta a spendere, e non di risparmiare, di contribuire cioè alla crescita economica al consumismo. E così, sul fronte educativo, i comportamenti prevalenti oggi sono questi: se il bambino vuole qualcosa facciamo in modo che (se) lo comperi, se il ragazzo esce la sera deve avere una certa quota di soldi, a prescindere da tutti i sacrifici che, poi, i genitori fanno per assicurarla.

Un soldino per crescere

Allora, è preferibile un fisso settimanale al “genitore bancomat”. I bambini cominciano ad acquisire una capacità di riconoscimento dei soldi attorno al sesto, settimo anno di vita; in un’età in cui le competenze mentali necessarie sono ancora precarie e confuse relativamente a pensieri magici e concretistici. Solo intorno ai 10-11 anni, con l’ingresso della scuola secondaria, i ragazzini e le ragazzine sono in grado di capire il senso del denaro. Consegnare una paghetta settimanale o mensile è, allora, decisamente meglio del genitore bancomat.

Con che cadenza e soprattutto con quale cifra è consigliabile iniziare?

Secondo il parere degli esperti, per i bambini delle scuole secondarie, 11-12 anni, 5-8 euro, a cadenza settimanale, possono essere sufficienti. Per i ragazzi più grandi e, con la prima superiore, intorno ai 14-16 anni, si può passare ai 15-20 euro, su base mensile, alzando il tiro man mano si presentano i primi allontanamenti organizzati con gli amici, le prime vacanze di gruppo.

Anche perché la paghetta, deve servire anche per la ricarica telefonica, per tutti gli acquisti “extra” dei figli, di ieri e di oggi, specie nell’anno della pandemia: dalle merendine alle figurine e ai giornalini all’uscita al cinema con gli amici più grandi.

Si fa presto a dire “paghetta”’

Poi, come non ricordare, c’era la paghetta condizionata o incrementata in virtù  di alcuni servizi che il figlio poteva compiere dentro casa, eccetto le attività domestiche che dovevano rientrare nella routine e nella condivisione dei compiti (rifare il letto, sparecchiare la tavola etc.), e non potevano o dovevano, allora come oggi, tradursi in un riconoscimento economico sennò il rischio di equivocare l’insegnamento educativo era ed è fortissimo.

Cosa è rimasto di tutte queste gocce di memoria oggi, e al tempo dell’emergenza sanitaria per COVID-19, dove tutto si è ribaltato quanto a ritmi, abitudini, esigenze e consumi, viaggi e cultura di viaggio?

Mi raccontate la vostra esperienza di genitori, ieri e oggi? Sì, perché “del doman non v’è certezza”: il Magnifico docet.

Scrivetemi a: email@milenasala.it

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