Bye 2023: welcome 2024

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Bye 2023: welcome 2024

Bye 2023: welcome 2024. Salutare un anno difficile in amicizia e lentezza, in modo semplice e puro,  come i quaderni dei bambini dove ci sono tanti colori e poche domande.
Ripercorrere l’anno trascorso non insistendo troppo sui nodi ancora da sciogliere, sulle ferite che ha lasciato, profonde e tangibili, ma tesa all’anno che verrà in modo che solo il 2024 possa parlare.
Semplificare. La mia parola dell’anno.
Il facile è difficilissimo. Il semplice è complicatissimo.
Semplificare, vuol dire anche aggiungere leggerezza.

Bye 2023: welcome 2024

Ecco, mi merito un 2024 come ho voltato le spalle al 2023: in leggerezza, cavalcando uno tsunami di cambia-menti positivi!
Semplice, ma non vuota.
Magari in tre…, come stasera.
Gli amici di sempre e quello ritrovato, nel tempo, ma che non sbaglia mai un clic con le sue fotografie.
La colazione del 31 con una donna dal cuore puro e la corsa bizzarra per portarle qualcosa di buono per lei.
Gli sms che rimandi sempre e poi recuperi il giusto tempo per inviarli, ma col cuore.
Capodanno 2024

Capodanno

Ho chiuso il 2023 dandomi tanto valore e arrivando ad interrompere del tutto una sfida lavorativa per iniziarne un’altra a giorni.
E poi quel messaggio di auguri da lontano, ma con un carico di emozioni tra presente e futuro.
Le video chiamate da Modena.
I messaggi vocali, sempre presenti e costanti, che mi hanno accompagnata, giorno dopo giorno, in un percorso iniziato in un tardo e turbolento 2023 che merita, davvero, di continuare, fino in fondo.
La prima telefonata dell’anno di Marina.
Il primo sms a colori.
La seconda telefonata, inaspettata, con un gongyo improvvisato e tanta energia, da assonnate e ancora in pigiama.
La tradizionale riunione di Capodanno in casa.
In tutto questo movimento lento, ho incontrato, sulla porta, i miei nuovi vicini di casa, di quella che era tua, il nostro rifugio, facendomi trasalire. Che dire, continui a mancarmi come allora, Presi. Ogni giorno. Oggi, anche di più.
E, allora, non mi resta che imparare a sentirti accanto a me, dietro e davanti a me, ancora di più.

L’anno che verrà  

Che severi allenatori questi ultimi! Per questo 2023 che se ne va, solo una cosa c’è da dire: “Bye bye”. Al 2024 che arriva invece direi: “Comportati bene e non fare come il 2023 (e 2021 e 2022)”.

Per questo nuovo anno mi auguro ponti, vertigini e orizzonti. E…di ricominciare, che verbo difficile e, al tempo stesso, intrigante.

Capodanno

Caro 2024, ora tocca a te…

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La porta “del passato”

La porta, del passato. Quella accanto, quella di fronte. Soglia come uscio, come uscire, come lasciarsi andare, come lasciare andare. Come andare incontro a ciò che succede. C’era un tempo in cui ero stata abituata a vivere le porte, soprattutto le nostre, per essere aperte, per accogliere e lasciare entrare la luce, il vento, gli altri. Noi. Un continuum di casa, senza muri, di fatto. 

Ci sono persone che hanno dentro di sé una luce enorme, abbagliante, riempitiva, ingombrante, anche, ma unica e rara, che neppure loro stesse conoscono a fondo. Come te. Dopo di te, raramente mi è capitato di viverla, così sulla pelle.

Come quelle porte che hanno una riga di luce sotto e restano chiuse e non sapranno mai quanto bagliore potrebbero mostrare se venissero aperte, potendo ritornare indietro.

La porta “del passato”

Ci sono persone che entrano nella tua vita solo per ricordarti di chiudere la porta a chiave più spesso. Quante porte abbiamo aperto, poi chiuso, ma sempre riaperto in oltre dieci anni. A chiave, socchiuse, spalancate, ma il verbo “aprire” e “fare entrare” era il filo che ci univa. Noi, le case, le porte, gli affetti, Minou, poi Milady, quante persone sono entrate, di quante illusioni abbiamo vissuto, abbiamo sbagliato a fidarci o, forse, non abbiamo avuto il coraggio di “smontare” le nostre paure sulla realtà.

Dopo di te, di noi, la misura di certi giorni sono le scale che salgo faticosamente, lo sguardo basso e la chiave che non gira nel modo giusto nella porta. Lo sguardo sempre rivolto all’indietro, come a cercare ancora quella vita, quella storia, quelle abitudini con le quali mi sentivo al centro del Mondo.

Chiudere la porta

Hai chiuso davvero una porta quando non ti importa più sbirciare dalla serratura, di accusare ogni rumore come boomerang, di farti graffiare il cuore da chi entra “dopo di te”. Sì, perché è  estenuante bussare, idealmente, a una porta che non si apre. Ma lo è di più tenere aperta una porta in cui nessuno entra: tu.

Oggi, da più parti, mi sono arrivate queste parole di amore, di fede, di speranza per me: «mettere insieme i pezzi, smettere di guardare indietro, ma guardare solo avanti. Le cicatrici hanno valore perché parlano della nostra battaglia interiore. Non vergognarsi delle proprie debolezze, non nasconderle, ma usarle per rafforzare la nostra forza. E, soprattutto, perdonare, essere pace e in pace».

«Guarda avanti»- mi è stato ripetuto – per guarire.

dopo di te

Aprire 

Quella porta, si è aperta, nuovamente, mi ha svegliata di mattino presto. Rumori molesti e la stessa violenza. Sono entrata dentro, come l’ultima volta, quasi estranea e abusiva – come loro – di tanta “bruttezza della tua non casa”. Mi sono immaginata te e questo pensiero «non aprire mai le porte a coloro che le aprono anche senza il tuo permesso». Sono uscita, col nodo in gola, e portandomi via due oggetti, ricordi di viaggi insieme, ma alla fine sono solo cose, il legame inattaccabile e inviolabile è il cuore, nel cuore. 

Ci sono pensieri – come questi – che ti rimbombano dentro come una porta sbattuta. O una mai aperta.

Ho chiuso con le illusioni, ma queste continuano – testarde – a cercare di buttar giù la porta.

Voglio imparare ad aprire la porta e dietro trovare te. Non aver paura del vuoto, del prima e del dopo, ma sentire “casa”, ogni giorno, nel cuore. Non sono pronta ad assistere al trasloco, a chi verrà, se rimarrò qui, ma so che voglio guarire, guardare avanti, senza essere più ostaggio del passato. Voglio continuare il mio viaggio, sentendo la bellezza che hai lasciato, in queste case, dentro la mia vita, senza soffocare nell’abbandono. Ci riuscirò? Sì, me lo devo. Te lo devo. Eppure, mi manchi e mi mancano i nostri abbracci di “famiglia”. E, alla fine, il “tutto insieme”: è solo la prima delle altre porte “di casa” che si stanno chiudendo.

Si dice che la porta sia la parte più lunga di un viaggio – Porta itineris dicitur longissima esse.

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Krav Maga: legittima difesa

Krav Maga, ma di cosa si tratta? L’espressione  krav maga, in ebraico moderno, significa letteralmente “combattimento con contatto/combattimento a corta distanza”. E’ un sistema di difesa di origine israeliana sviluppato originariamente per contrastare le aggressioni antisemite negli anni 1960 e poi, successivamente, adottato dalle forze di difesa israeliane. Il Krav Maga deriva da una combinazione di tecniche provenienti da boxe, aikido, judo, karate, kung-fu e combattimento da strada.

Coppia Krav Maga sul mare

Krav Maga: legittima difesa

È costruito estrapolando e semplificando i movimenti e le tecniche apprese attraverso lo studio delle arti marziali e degli sport da combattimento in modo da renderlo il più semplice ed efficace possibile in caso di aggressione. Il Krav Maga non è uno sport da combattimento né un’arte marziale, esso sviluppa lo studio di due situazioni: la difesa personale, intesa come prevenzione in caso di aggressione, e, in fase avanzata, il combattimento corpo a corpo. E’ il sistema di autodifesa più usato al mondo: lo praticano reparti speciali dell’esercito, guardie del corpo e addetti alla sicurezza. 

Krav Maga on the road

La violenza non è forza ma debolezza

La violenza, sotto qualsiasi forma si presenti, è un male in continua evoluzione in una società dove resta alto il numero di femminicidi, in Italia e in Europa. Con femminicidio si intende l’omicidio di una donna in quanto donna. Dal primo femminicidio in Italia di una nobildonna palermitana, nel lontano 2 marzo 1911, ad oggi, i fatti di cronaca parlano di numeri da togliere il respiro: nel 2023 già 70 femminicidi in Italia mentre, nel mondo, 5 ogni ora, stando all’ultimo rapporto Onu. La violenza contro le donne, ma non solo, rappresenta una delle più gravi forme di violazione dei diritti umani.

Donne e Krav Magadonna krav maga

Krav Maga a Genova

Ho scoperto il Krav Maga grazie all’incontro con Carlo Garofano, così appassionato di questa disciplina che mi ha incuriosito fino al punto di volerne scrivere. Mi parla di lui, di cosa si occupa la sua associazione I.S.K.M e dove si può praticare a Genova. Mi colpisce – di lui – una frase “sempre studenti, qualche volta maestri”. I.S.K.M. nasce a Genova nel luglio del 2012. fondata da Carlo Garofano,  presidente e responsabile tecnico per la Liguria della federazione europea di Krav Maga Richard Douieb ( F.E.K.M  R-D). Durante i corsi vengono mostrate agli allievi varie tipologie di aggressioni con le relative tecniche di difesa, aggressioni che possono avvenire a scopo di rapina, di stupro, o più semplicemente per violenza gratuita e verranno trattati argomenti sulla psicologia comportamentale durante un’ aggressione. Inoltre, nei corsi avanzati, si simulano aggressioni con le armi (coltelli, pistole, bastoni), o qualsiasi oggetto atto ad offendere. 

logo krav maga

A tu per tu con il maestro Carlo Garofano

E’ il suo spirito ad incuriosirmi, incoraggiarmi – da donna prima che scrittrice – ad approfondire il discorso e, dall’intervista con il maestro Carlo Garofano, arriva tutta la sua determinazione, competenza e tanto pathos, frutto di anni di sperimentazione sul campo della vita, della strada, a contatto con uomini e donne che cercano una via di “legittima difesa”.
«Non passa giorno che non ci vengono riportati episodi di violenze gratuite, su uomini e donne, che spesso sfociano in veri e propri omicidi, e il più delle volte, per futili motivi (come se ci fossero dei motivi validi per uccidere un esser umano!). Ma quello che più in assoluto mi fa rabbia e mi rattrista è la violenza, fisica o psicologica che sia, sulle donne, inconcepibile per una mente sana. Allora, sì, denunciare è fondamentale, ma purtroppo non sempre risolutivo».
Maestro Carlo Garofano
E quindi, che si può fare? – incalzo io. «Prevenzione, evitare qualunque tipo di provocazione. Sapersi Difendere, quando non c’è più margine di dialogo. Sì, perché possiamo essere dei campioni di quello che vogliamo, ma se non siamo psicologicamente preparati ad affrontare un aggressione reale, sarà difficile non soccombere. Vi invito a spendere qualche minuto del vostro tempo per dare un occhiata al mio sito per farvi un’idea di quello che, un sistema di autodifesa, come il Krav Maga, potrebbe offrirvi».
Carlo Garofalo
 

I corsi riprenderanno a Genova, nelle due strutture (orari consultabili sul sito): Palestra Italia (lunedì 25 settembre) e WELL & FIT (martedì 26 settembre).

palestre krav maga

Settembre il mese della prevenzione, il mese della ripartenza. Nonostante sia tradizionalmente associato con la fine dell’estate e l’imminente arrivo dell’autunno, settembre a me è sempre parso un mese di inizi, una sorta di primavera.

A settembre, c’è nell’aria una strana sensazione che accompagna l’attesa. E ci rende felici e malinconici. Un’idea di fine, un’idea di inizio. Sì, perché abbiamo continuamente bisogno di nuovi inizi.

Prendendo a prestito una celebre frase di Marilyn Monroe «c’è un momento che devi decidere: o sei la principessa che aspetta di essere salvata o sei la guerriera che si salva da sé… Io credo di aver già scelto… Mi sono salvata da sola». 

E voi?

Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne e… per tutta l’Umanità.

Meglio vivere più in “difesa” che “indifese”…no?

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Sciogliere i nodi: si può e si deve

Sciogliere i nodi. Si può e si deve.

Il nodo ferma, stringe, blocca.
Ognuno è il nodo di qualcuno o qualcosa.
La bellezza di un nodo non è quando lo stringi, ma anche quando lo sciogli. Quando impari a scioglierlo.
E’ una fase – questa – di “apprendistato” con i nodi, di s-legami, di pettine, di voglia di essere libera, dentro. Libera di imparare una nuova vita, di non dover dipendere dalla paura, dalla famiglia, che non c’è e c’è altrove, dal peso specifico dei ricordi, delle promesse, delle illusioni che mi sono servite da paracadute. Una nuova rinascita partendo dai nodi, quelli più antichi che resistono, ma non vincono più su di me, non di diritto. Spetta a me: vincere o perdere.

E, come scrive il mio maestro, «Perciò, anche se i risultati al momento non sono quelli che avevamo sperato, alla fine vinceremo e potremo guardare indietro con gratitudine rendendoci conto che siamo stati davvero protetti e che tutto ciò che è accaduto ha un profondo significato. Per questo è importante avanzare con grande fiducia, “non nutrire dubbi nel nostro cuore“». (Daisaku Ikeda, Buddismo e Società, 235, p.38-39)

Sciogliere i nodi: si può e si deve

Se sciolgo un nodo molto stretto, la corda ritorta, anziché godere la sua libertà, cerca di ritornare al nodo originario.
Così alcuni problemi della nostra vita.

Il rosa del tramonto, il viola, il vento leggero e i respiri lunghi a distendere pensieri nodosi.

Spesso ciò che è difficile è solo un nodo che nessuno ha la pazienza e la volontà di sciogliere.

Il paradosso dei nodi

Il paradosso dei legami è che in genere sciolgono dei nodi e ne creano altri.

Il nodo più difficile da sciogliere è quello che non lega nulla.
I nodi servono per ricordare. Nei quipu peruviani sembra che un intero alfabeto sia scritto coi nodi.

Basterebbe allentare un nodo per stringerlo più forte.

Promessa di marinaia

Il marinaio fa le cose a nodo suo. E io lo sono diventata, in mare e a terra.

E, allora, mi legherò a me. In un nodo o nell’altro.

Promesso!
Buon vento Milena.

 

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Mamma, che giri fanno le vite

Mamma, che giri, quanti giri fanno le vite, eh? Era davvero una splendida giostra. C’era il movimento, il vuoto, la paura, la felicità. E c’era la vertigine di guardare nei tuoi occhi. Era la nostra giostra. Sui giri di vite, sto imparando tanto da una canzone di Marco Mengoni che mi ha rapita: 

Quando la vita poi esageraTutte le corse gli schiaffi, gli sbagli che faiQuando qualcosa ti agitaChe giri fanno due vite

Oggi è il tuo giorno, il nostro gettone, quel gettone che tiro fuori dalle tasche, ogni anno, il 14 maggio, soprattutto. Un giorno pieno di significato, oltre la festa della mamma: sedici anni che sei salita più in alto di me, più lontano da me, eppure sempre fianco a fianco.

La vita è un giro di giostra con un solo gettone. Puoi urlare, piangere, ridere, emozionarti e aver paura. Ma, alla fine, mi hai sempre insegnato a vivermelo a fondo, senza voltarmi indietro a guardare a cosa sarebbe successe se… La nostalgia è una di quelle giostre dove nessuno ti viene a prendere. E sulla piattaforma gli animali di legno sono fermi e sorridono.

noi due _mammy

Mamma, che giri fanno le vite

Questa vita è una gigantesca giostra in cui non si vede mai il giostraio, quelli che girano sui cavallucci strillano, illudendosi di essere bimbi, come succede a me. In un anno così in salita, sì, a ripararmi da pericolosi burroni, da rapidi saliscendi, imparando a piegarmi dolcemente a ridosso delle tante strade con le curve a gomito. Un anno in cui, beh, se la vita è una giostra ho avuto, spesso, la netta sensazione di aver finito i gettoni. Eppure, ho sempre ripreso la corsa, ricercato quella giostra, la nostra. E quella che mi aspetta, sta aspettando, anche nel mentre scrivo…

Come quelle giostre spericolate che ti fanno paura, ma ti sfidi e ci vai. E poi non vorresti più scendere, da quel carosello di emozioni.

emme come mamma: emme come maggio

Il 14 maggio, 16 anni dopo

Un figlio senza genitori non è più figlio, ma Uomo o Donna, genitore semmai. Senza famiglia si è la persona più vulnerabile al mondo, eppure diventa la più forte, se impara  con amore a bastarsi. Il primo anniversario da “orfana”, di madre e padre. Nella lingua italiana, “orfano” è il figlio a cui mancano i genitori. Esiste anche un altro termine: “orbato”. Come se venisse a mancare la luce ai propri occhi. E’ come se l’orfano tagliasse lui stesso il suo cordone ombelicale. Ecco, oggi, mi sento così, sarta di taglio su me stessa. Non vinta, non sconfitta, non arresa, ma consapevole e anche così forte come mai avrei pensato di scoprirmi, senza più te e il mio capitano,  e tutti gli errori che ho commesso in questi anni…

Sai, mamma, anche oggi, se mi guardo indietro, sulla giostra degli errori sono quella che prende sempre il fiocco e vince il giro successivo. Mi faccio travolgere dalle emozioni, senza mantenere la prudenza al volante della vita, ma sto imparando dagli allenatori implacabili in compagnia dei quali mi hai lasciata. Ho capito, sulla mia pelle, che l’abitudine a dar per scontato l’amore vero che c’è, quello che si tocca, che si ha il privilegio di poter vivere, di scambiarsi in vita, è una giostra ferma, alle volte. E, allora, falla girare. L’ho fatta girare, oh sì!

Sì, alla fine, noi viviamo e moriamo, ma le ruote della giostra continuano a girare

mamma, io e moni

Un altro giro di giostra

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,
c’è la banda d’oro rumoroso, divertimento e horror, risate e colpi di stomaco chiuso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.

Allora, facciamolo un ultimo giro di giostra,
così da guardare dall’alto tutte le nostre sterili corse e le nostre piccolezze,
e sfiorare le nuvole.

Se la vita è una giostra NON ho finito i gettoni, mamma.

Sempre insieme, noi due.

 

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Due su due: la promessa continua

Due su due.  La promessa continua. Siamo tornate a Genova, un anno dopo. Alla Mostra Internazionale Felina di Genova. Lì, su quel palco che ti aveva accolta orfana di zio troppo presto, frastornate dal troppo rumore, troppa luce e troppo freddo. Su quel palco sotto al quale io ti osservavo così fiera e col nodo in gola. Ci siamo tornate, da sole, con lo stesso groviglio nel cuore, ma sapendo di contare su riferimenti preziosi che la vita, strada facendo, ci ha messo sulla strada.

milady nominationMilady nomination Best in Showgiudizio 20 22

A chi non c’era, ma c’era dall’isola del nostro cuore, la Sardegna, terra natia di Milady, devo un grazie speciale. Tutto è iniziato con il regalo dello zio per i miei cinquanta anni ( e per i successivi):  a Sguardi Dolci di Sonia Fenu e Addams Cuttery di Martina PintusBoi, alla loro scelta di selezione, alla linea di sangue da cui discende First Milady Sguardi Dolci.

sonia e miladyMilady2023

Due su due

A chi c’era e mi ha aiutato, passo passo, da mesi, svelandomi “tutti trucchi del mestiere”, accogliendomi in casa per insegnarmeli, Gianfranca Saronni, e oggi stesso, Michela Faccio che, non conoscevo, solo per tramite di Gianfranca, ma si è presa cura di Milady, come se fosse sua, insieme ai suoi meravigliosi persiani chinchillà: allevatrici serie e davvero disponibili. Alla complicità ritrovata in Franca, allora come oggi, che ci ha riaccompagnate a case e al suo bellissimo certosino Estragon. E a Marinella che ci ha raggiunte per la premiazione e si percepiva negli occhi tutto il suo tifo per questa principessa. E, non ultimo, a Minou che mi spinge, come non pensavo possibile, ad amare ancora così tanto, dopo di lei.

Gianfranca Saronnimichela facciòFranca Giovara

C’era l’ansia, il coraggio, la fierezza, la paura delle emozioni che ritornavano a galla, del vuoto che bussa sempre alla porta del cuore, la voglia della promessa mantenuta, da rinnovare, che continua.

A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato. Quest’anno, sì, abbiamo vinto. Non abbiamo mai mollato, bambolina del mio cuore!

La promessa continua

Vincenti. Basta guardarli. Basta guardarci. Noi abbiamo vinto, insieme, anche quest’anno, imparando la lezione che più conta: la cura, la bellezza, le fatiche della preparazione, la pazienza, la resilienza, ma la vera maestra sei tu, Milady, dagli occhioni color rame. A certa bellezza non puoi reagire. Ti incanta la pelle. Ti crea spazi tra gli occhi. Ti fa luce limpida nel cuore. Hai messo in difficoltà quei giudici, tentati dal proclamarti vincitrice, ma conta il viaggio non la meta. La vittoria vera la conosciamo solo noi.

Due su dueMilady in red

Genova e le sfide

La vittoria è sempre nel pugno di pochi. Provare a preparare questa pattuglia di eroi è il segreto di ogni vittoria. Vince due volte chi nell’ora della vittoria vince se stesso. Chi si fa forza in due, ma vale mille: noi. Nuovi compagni di sfide, la bellezza e l’amore che ti scorrono accanto, quasi a sentirle addosso. La tua dolcezza e il tuo carattere sono la più attrattiva calamita del mondo. Perché basta un tuo sguardo (dolce) per scioglierti e sentirti al sicuro, in pace col mondo, per un attimo. E non importa cosa hai dovuto affrontare, fin qui, ma conta il peso specifico di chi e cosa siamo, noi. Insieme. Quando ci mettiamo in cammino verso qualcosa…

Milady nominationnomination bismilady 24

Convincere, è vincere

Convincere, è vincere, senza che ci sia un vinto. Vincere su se stessi, nonostante tutto e tutti.

Ci sono delusioni  e ferite che ti scaraventano fuori dal corpo, dalla ragione, dal mondo, dall’universo, dalla vita.
Poi arriva la forza. Non sai da dove, ma arriva. E ti risolleva.

milady 2023milady baby Cagliari

La vittoria non è definita dalle vincite o dalle sconfitta. Essa è definita dall’impegno. Se puoi dire sinceramente “ho fatto il meglio che potevo, ho dato tutto quello che avevo,’ beh, allora sei un vincitore.

Tu, Milady, hai tirato fuori il meglio di me, il senso materno più esplosivo che vive dentro me. Mai come ora, dopo tutti gli strappi del cuore. 

Ho vinto. Abbiamo vinto. Cuore-a-cuore. Tu che già dal tuo nome (First Milady) sei la prima in tutto a sbaragliare cuori e strappare giudizi. A incantare allevatrici, anche solo per il tuo carattere, che ti invidiano tutti. Sei piccola, ancora, faremo tanta strada, dentro e fuori.

Vincenti. Basta guardarli. Basta guardarci. Noi siamo da “best in show”, anche se non lo abbiamo vinto, ma ci siamo arrivate, anche quest’anno, strette strette, abbracciate e più complici che mai.

Presi, sii fiero di noi, della tua nipotina. C’eri anche tu, lo sai? Eri in prima fila, e il tuo tifo è stato quello più rumoroso.Sbam!

Per sempre, noi.

Presi e Milady

 

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Il mio giorno zero

Il mio giorno zero. Esiste per tutti un giorno zero? Sì, quello in cui non si vince, non si perde, ma si riparte. Il numero dopo lo zero è sempre un inizio, anche dopo la fine di qualcosa. Un andare daccapo. Negli inizi si è vergini, non si può partire sconfitti e, se succede, beh, è più quella fastidiosa vocina sabotante che s’impone su tutto, e non il tutto. Ci si allontana da qualcosa, da qualcuno, da chi non resta, da chi non c’è mai stato, ma ti sei aggrappato all’idea ci fosse per farti tornare meglio i conti nel cuore. E così lo chiamano “il giorno zero” quella volontà di mettere un punto, respirare profondamente e ripartire, ripartire dal nulla, senza passato, senza futuro, senza la zavorra di tutti i tuoi errori e quelli che gli altri ti hanno scaricato addosso, senza niente.  

Il mio giorno zero

Il mio personalissimo giorno zero

Mi ha investito come un treno il mio personalissimo giorno zero, quello che convenzionalmente ho usato per ripartire. Ogni giorno zero di solito è preceduto da giorni con i numeri relativi, negativi, che ti hanno tolto qualcosa: la famiglia, un amore, un amico, più d’uno, un lavoro, una città, l’autostima, la bellezza di essere ciò che sei. Tocca reinventarsi, cambiare, trasformarsi, crescere improvvisamente e sapersi arrampicare ovunque per salvarsi. Bisogna voltar le spalle a ciò che viene prima di quel giorno per essere viva, possibilista, speciale per te, nuova, davvero me stessa. A volte, capita, che il giorno zero sia più neutro, più bizzarro e senza troppo carico sentimentale, ma non a me. A me non succede mai quel condono emotivo.

Noi, in alto

Il giorno

Quel giorno è stato il mio compleanno, il 16 gennaio, a due anni di vita dalla nascita del blog ma, soprattutto, il primo senza lui, senza quel noi. Ma con lei. Milady, il tuo regalo, anno dopo anno.

[…] Senza loro. Quel tempo di bilanci a cui non si può sfuggire. Un crocevia di tanti nodi e ferite che si sono riuniti tutti lì, insieme, facendo tanto rumore. E poi è arrivato quel messaggio vocale di un’anima spirituale e antica, tra i tanti, ma diverso dai tanti, a restituirmi il senso di quello che stavo vivendo e, in un qualche modo, ad ispirare “le fil rouge” di questo racconto postumo, che riproduco, in parole, per renderne lo spessore “Il tuo tempo è ancora lungo. Si sta dilatando. Non sono 51 anni, ma oggi è il tuo primo anno di vita! Che tu possa viverla anche per Pino, con gioia. Ritrovare quella morbidezza e leggerezza. ..E’ tutto da scrivere il tuo futuro, ti voglio bene, Millina. Buon compleanno, Millina: io ci sono!”.

milady e mileoltarsi indietro o in avanti Milady

L’umiltà dello zero

Grazie Silvia, anche per la tua paziente attesa e le tue puntuali ‘comparse’, perché, sì, oggi quelle parole hanno lo stesso effetto solo “dilatato”, già…  Alla fine, ho capito, sulla mia pelle, che c’è chi rimane in silenzio e in attesa dei tempi giusti, dandoti tempo, e c’è chi scivola via perché non ha tempo di concedere tempo, sta sempre a rincorrere e rimandare il tempo in attesa di qualcosa che può sempre accadere…un giorno, finché non si raggiunge il proprio “giorno”.

Tutti i numeri uno sarebbero minuscoli, se dietro non ci fossero le code osannanti di zeri. L’umiltà dello zero, si accontenta del fascino del non essere, del suo mistero vuoto, mentre i numeri si affannano per crescere e farsi notare.

Amo chi sa ripartire da zero. Consapevole che in quel momento lo zero è maggiore di qualsiasi altra cifra. Anche quando senti di valere zero, ti diranno che vali zero, ricorda che lo zero viene prima di tutti gli altri numeri. Siccome lo zero è “il nulla”, allora il doppio zero indica “il tutto”. Ecco, mi piace ripartire da qui. E puntando a “chiudere” quel cerchio con amore, libertà e leggerezza, presto. Nella tua terra. A primavera.

Dallo zero in poi conti all’infinito.
Per fare il contrario non sai da dove cominciare.
Basterebbe solo questo a mostrare tutta la fragilità e la bellezza del cuore. 

 

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Una storia da raccontare: “le otto montagne”

Una storia da raccontare: “le otto montagne”. Un film, o meglio un romanzo fotografico, in cui memoria e ricordi sono il filo conduttore di una storia di amicizia e amore dai confini labili, molto labili, palpabili tanto intensi, di figure paterne presenti e assenti, di sentieri, ruscelli, petraie, valli e cime innevate, sogni e illusioni mescolate a forme di dipendenze, e di silenzi parlanti.

La montagna non è solo natura incontaminata. “E’ un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura” (Paolo Cognetti). Il padre capo cordata che poi si farà vecchio e, a sua volta, verrà trascinato da quei bambini che diventeranno uomini.

Due bambini che si incontrano e non si lasciano più, anche quando la vita li allontana, apparentemente per sempre, e di un luogo in cui ritrovarsi e riconoscersi, da grandi come allora.

Due bambini così diversi, ma che sanno scegliersi, in quell’estate, tra i campi fioriti e le mucche da portare al pascolo.

Pietro è un ragazzino di città, nato e cresciuto in una famiglia borghese di Torino dove non si possono dire le parolacce.

Bruno, invece, è l’ultimo bambino di un paesino di montagna il cui padre non c’è mai e, quando ritorna, se lo porta via per fargli fare il muratore a dieci anni. E…le parolacce le dice eccome.

Passano gli anni, Bruno rimane fedele alle sue montagne, mentre Pietro andrà via per poi tornare sempre lì.

Una storia da raccontare: “le otto montagne”

Una centrifuga di emozioni: i loro dialoghi, le loro promesse, quella di un padre che diventa la loro eredità, i loro silenzi, gli sguardi, quegli abbracci, quel diario ritrovato in vetta, e ben nascosto tra le pietre, le corse e quel senso di appartenenza che non conosce confini.

Quel richiamo alle cime del Grenon, in Valle d’Aosta, il lago di Frudières, quel costante desiderio di sfidare la vita con i suoi schemi, di deviare dalla retta via (ha un nome, poi?…) li accomuna sempre, nonostante le partenze e gli arrivi e lo ‘stare’ di chi rimane sempre lì.

Amore e montagna, vita e inquietudine, rimpianto e accettazione di sé e dell’altro.

In una scena del film, in una notte di instancabili bevute e risate, Pietro disegna su un taccuino un cerchio che simboleggia il mondo. Al centro c’è la montagna più alta, il Sumeru, circondata da otto mari e otto montagne (ndr, ecco il senso del nome del film).

La domanda è: chi ha imparato di più? Chi ha visitato “le otto montagne” (Pietro) o chi ha raggiunto la vetta del Sumeru (Bruno)?

Un ambientazione da togliere il fiato, le Alpi e il Nepal, un sali e scendi dalle vette, un andare per conquistarsi un posto nel mondo, un rimanere che è ancorarsi alle radici del cuore.

Il film si snoda attraverso quella domanda e mette a nudo i percorsi opposti dei due.

Una storia da raccontare: le otto montagne

I confini oltre le otto montagne

Se già il film “Le otto montagne” è ad alto impatto emotivo, la fotografia non è da meno: fatta di inquadrature fisse, zoom, campi larghissimi con i quali i due registi seguono il passare degli anni e delle stagioni scegliendo nel formato 4:3 di immortalare le montagne in tutta la loro maestosità tesa verso l’alto.

Un film sull’amicizia. Quella libera. Quella che ti lascia libero di andare via perché le radici non sono geografiche, ma piantate ‘col cemento’  in fondo al cuore.

Di un amore che prova a sfidarsi sulle frequenze dell’altro, anche quando si è soli a sentire il diverso ritmo della vita e, giocoforza, a decidere che direzioni prendere.

Dal film

“Stavo imparando che cosa succede a uno che va via: che gli altri continuano a vivere senza di lui”.    (Paolo Cognetti).

“Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”. (Ibidem)

– P. ” Guarda che c’è un mondo fuori da qui. Questo confine te lo sei inventato tu”.

– B. ” Non ti preoccupare per me: questa montagna non mi ha mai fatto male”.

[…]

Non potevo farmi un regalo migliore ad inizio anno. Ma, si sa, nulla è casuale. Ogni giorno arriva con i propri doni. Oggi, ho scelto di sciogliere i suoi fiocchi.

Un ottovolante – questo regalo a me stessa – di sentimenti liberi, e a spasso per il cuore. Come per ricominciare, anche io, un nuovo viaggio verso l’infinito.

Ti viene voglia di caricare lo zaino sulle spalle e partire alla conquista di una cima.

La mia.

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Capodanno 2023: un altro giro di giostra

Capodanno 2023: un altro giro di giostra. Che si porta via un 2022 difficile, in salita, dove tutto quello che poteva accadere è accaduto e… dopo un finale di 2021 già così amaro.

Capodanno 2022

C’era un prima, fino al 2021. Era davvero una splendida giostra. C’era il movimento, il vuoto, la paura, la felicità. E c’era la vertigine di guardare nei tuoi occhi. Le vecchie e familiari giostre, con le criniere dei cavalli che sembrano troppo vere, mi hanno insegnato quanto possa essere esaltante girare in tondo.

Capodanno 2023: un altro giro di giostra

Mi hai invitato a un ballo sulla luna, due giri di bollicine, tre spettacoli di magia, quattro passi con gli unicorni, cinque mostre d’arte, sei tramonti, sette giri di giostra, otto fughe in un bosco e diecimila risate. Come potevo dire di no? Quanti anni di tradizioni, abitudini, ricordi, viaggi, casa, famiglia, regali da scartare, simpatici siparietti sul cosa fare e non fare, cosa preparare per cena, compleanni da organizzare [n.d.r. immancabilmente io perché non tu amavi festeggiare, salvo quella tua festa di compleanno a sorpresa, alla vigilia del lockdown, che ti commosse così tanto da rendere visibili a tutti i tuoi occhi umidi: sbam, c’ero riuscita, almeno una volta, a sorprenderti!], gite in auto “senza tetto”, sorprese, di abbracci, qualcuno da chiamare tra partenze e arrivi, quel senso di “case aperte”, quella magia di Natale tutto l’anno. Oggi, c’è in quello che immagino qualcosa che non riesco a vedere. Che fa la magia di quello che immagino. Mai come ora sento che la nazione più forte sulla terra, oltre a noi, è la tua imagi-nazione. Un nuovo inizio senza giorni di te e di me, di noi. Senza chi sapeva essere Presenza e farti sentire importante, ogni giorno.

Un altro giro di giostra

La vita è…

Un giro di giostra con un solo gettone. Puoi urlare, piangere, ridere, emozionarti e aver paura. Ma goditelo a fondo così come l’amore. Perché, sì, innamorarsi è come essere su un ottovolante che sale soltanto. E ci sono delle salite che ti sparano verso le stelle con tutta la loro forza centrifuga. Ho pagato infiniti giri sulla giostra della vita e, ora, dopo aver visto che ruota sempre e solo in tondo, vorrei davvero poter scendere, per un attimo. Tregua. Questa vita, oggi, assomiglia ad una gigantesca giostra in cui non si vede mai il giostraio (tu), quelli che girano sui cavallucci strillano, illudendosi di essere bimbi (io).

Un ultimo giro di giostra

Facciamolo un ultimo giro di giostra, così da guardare dall’alto tutte le nostre sterili corse e le nostre piccolezze, e sfiorare le nuvole, senza finire “mai” i gettoni.  Sentirmi, ancora, come al Luna Park. Odore di caramelle e zucchero filato. La mia pelle che vibra sulle giostre. E certi sorrisi  al sapore di un “Ti Vorrei Ancora Qui”. E’ stata una prova durissima percorrere, da sola, il 2022 e, forse, anche scrivere nuove pagine dell’anno che verrà. Per il 2023 ci vorrebbe un’epidemia d’amore.

Capodanno 2023

Come quelle giostre spericolate che ti fanno paura, ma ti sfidi e ci vai. E poi non vorresti più scendere, da quel carosello di emozioni, da quell’ultima sera.

L’ultima sera
L’ultima storia,
l’ultimo luna Park…
E tu che sogni
Mentre la giostra va…
(Renato Zero)

 

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Dentro un caldo abbraccio… puoi fare di tutto

Dentro un caldo abbraccio. Cosa può regalarti un caldo abbraccio? In una mattina di festa, la prima dell’ultimo mese dell’anno, mi è stata donata una mantella di pura lana realizzata a crochet, punto stella, dalla eclettica creatrice di energia Pina Mesisca. Il nome – uncinetto – deriva dal termine francese crochet, che significa ‘gancio’. Le origini della lavorazione all’uncinetto sono antichissime e difficili da tracciare, ma sono stati trovati esempi primitivi in ogni angolo del globo: in Estremo Oriente, in Africa, Europa, America del Nord e del Sud. Si ritrovano anche nella cultura egizia. L’uncinetto dalla forma più delicata ebbe origine in Italia nel XVI secolo; veniva usato soprattutto dalle suore per realizzare addobbi e vestimenti per la chiesa. Mi commuove, sempre, allora come oggi, l’arte tessile di chi danza con questo bastoncino munito a un’estremità di un uncino che serve per prendere e guidare il filo nelle lavorazioni, per intrecciare anelli di filo. Sono cresciuta osservando mia mamma, una paziente e talentuosa sarta, e oggi l’emozione è stata la stessa.

Dentro un caldo abbraccio puoi fare di tutto

Il cucito è la prosa dei lavori femminili; il ricamo la poesia.
I nostri nonni passavano le giornate a cucire. Oggi, invece, il lavoro di cucire è così raro. Si preferisce strappare. I vestiti, le relazioni, le persone.
[…]
Ho capito, mai come in questo faticoso anno, che il mondo non è comprensibile, ma è abbracciabile.
Possiamo farci abbracciare da noi stessi, da chi lo sente, possiamo accogliere un abbraccio di qualsiasi natura esso sia fatto.
Quello di Pina è speciale, oltre per la bellezza, arriva in un momento di grande freddo, dentro e fuori, di energia positiva a far da contraltare a quella negativa, come gesto del cuore, come tempo investito per me, lottando con il suo tempo.
Pina e il suo abbraccio per me. Chi è Pina?
È tante cose, ha tra le mani così tante potenzialità e capacità che ti ci perdi ad ascoltarla, staresti ore e ore ad ascoltarla, a raccontarci pezzi di vite, di passioni comuni: dalla forte e sconfinata spiritualità ad ogni forma di arte (abbigliamento, borse, creme vegan etc), dalla delicata filosofia di vita al realismo più concreto, diretta e cruda, ma così calda e tenera come un abbraccio, appunto.

Nell’abbraccio

Nell’abbraccio – ciò che è stato spigolo, linea interrotta, groviglio – diventa di nuovo, come per miracolo, cerchio perfetto.
Come questo “abbraccio” fatto con le mani di Pina e con una lana avvolgente intrisa di caldo e profumo.
Verbo abbracciare. Un verbo aperto. Privo di muri. Verbo che mostra luce. Verbo che disarma.
Esiste una parola gallese chiamata Cwtch, che è intraducibile in altre lingue.
Significa l’abbraccio in cui ci sentiamo protetti, il posto sicuro che ci dà la persona che ci vuole bene.
È un posto in cui niente ti turba, niente ti ferisce, niente può colpirti.
È un posto speciale, un posto unico, che puoi trovare solo tra quelle braccia.

In certi abbracci ci entri da adulta e ci esci da bambina

Sì, perché dentro ad un abbraccio puoi fare di tutto. Sorridere e piangere. Rinascere e morire. Oppure fermarti a tremarci dentro. Come fosse l’ultimo.

Oggi, beh, io mi sento così, in tutto e per tutto, una bambina al caldo e protetta da un abbraccio pelle-pelle. Quello fisico che cerco, da marzo, e quello che saprei riconoscere al buio. Lo stesso che, se chiudo gli occhi, se metto a tacere la mente e il cuore, riesco ancora a sentire addosso.
Sono negata per ago e filo. Non ho mai imparato a cucire ed ora non so come fare con i fili della mia vita.

Però, so attaccare bottone con le persone, rammendare ferite e ricucire rapporti. Vale come capacità sartoriale?
Un anno così difficile, ma che mi sta facendo scoprire Milena, il valore delle persone, quelle da tenere abbracciate, quelle da lasciarle andar via, ma tenendole agganciate sottopelle ogni giorno, e quelle dalle quali allontanarmi io, in punta di piedi, senza far rumore…
[…]
“Grandi eventi non sono preceduti da piccoli presagi. Quando accade un grande male, seguirà un grande bene”. 
Dal Gosho “Grande male e grande bene” (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 992)

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